Commento alla Liturgia

Sabato della XXXIV settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 22,1-7

1Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. 2In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall'altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all'anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni. 3E non vi sarà più maledizione. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello: i suoi servi lo adoreranno; 4vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte. 5Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli. 6E mi disse: "Queste parole sono certe e vere. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere tra breve. 7Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro".

Vangelo

Lc 21,34-36

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo".

Commento alla Liturgia

Attenti

Roberto Pasolini

La fine dell’anno liturgico, con le sue note di escatologia che già anticipano il prossimo tempo di Avvento, è in grado di evocare in ciascuno di noi il fine e l’orientamento da assicurare all’intera esistenza, di cui facciamo esperienza come esseri umani e come credenti:

«Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36).

La preghiera, della cui importanza siamo tutti ben edotti e consapevoli, viene indicata dal Signore non come il primo imperativo da assolvere, ma come il modo di rimanere sentinelle lucide e sensibili di fronte alla realtà. Vegliare è atteggiamento spirituale necessario ma non sufficiente: occorre farlo con un cuore capace di accogliere e raccogliere tutti gli indizi attraverso cui il mistero del Figlio dell’uomo vuole manifestarsi per noi e per tutti.

Mentre siamo spesso comandati e intimoriti da quanto potrebbe, «all’improvviso» (21,34), accadere alla nostra vita, il vangelo ci ricorda che l’avvenimento da non sfuggire in alcun modo è il nostro capitolare — finalmente — al cospetto del Signore Gesù, quel volto che ha cominciato ad affascinare e ammaestrare il mosaico della nostra umanità, creata a immagine e somiglianza di Dio. Al termine di un altro anno liturgico nel quale abbiamo potuto immergerci nel mistero di Cristo, si tratta forse di verificare quanta leggerezza il nostro cuore sia riuscito a maturare attraverso l’ascolto della parola e mediante una vigilante preghiera:

«State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita» (Lc 21,34).

Non possiamo certo trascurare il fatto che la liturgia, nella sua sapiente distribuzione dei testi, ci inviti a misurarci con gli ultimi fotogrammi della grandiosa visione del veggente di Patmos, con cui si conclude — senza chiudersi — il libro della Rivelazione «di Dio e dell’Agnello» (Ap 22,1). La descrizione minuziosa e affascinante della Gerusalemme celeste, in cui compare un rigoglioso «fiume d’acqua viva, limpido come un cristallo» (22,1), ci riporta alle origini della salvezza, quando il disegno di Dio ruotava attorno all’offerta di un dono di vita da saper accogliere e custodire:

«In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese» (Ap 22,2).

Ma le differenze rispetto ai racconti della Genesi non sono certo trascurabili. Al posto di un semplice giardino, troviamo anzitutto una città, non più da edificare allo scopo di raggiungere il cielo (cf. Gen 11), ma da abitare come luogo di incontro tra il divino e l’umano. L’albero di vita, inoltre, è finalmente restituito alla sua originaria valenza di perenne fecondità di vita, a cui l’uomo è liberamente e gratuitamente invitato a partecipare. Le note successive del testo lasciano poi intendere che la pienezza di bene a cui aneliamo non può che compiersi in misura proporzionale alla nostra disponibilità a essere guariti dal veleno dell’egoismo e dalla condanna della solitudine:

«Le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni. E non vi sarà più maledizione» (Ap 22,2-3).

Per comparire al cospetto del Figlio dell’uomo, con tutto il peso e la gloria della nostra umanità ormai immersa nella sua stessa vita attraverso il dono dello Spirito, bisogna continuamente sfuggire alla paura di pronunciare le parole con cui la chiesa non si stanca di celebrare la sua intima speranza:

«Marána tha! Vieni Signore Gesù» (salmo responsoriale).

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