Commento alla Liturgia

Martedì della XXXII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Tt 2,1-8.11-14

1Tu però insegna quello che è conforme alla sana dottrina. 2Gli uomini anziani siano sobri, dignitosi, saggi, saldi nella fede, nella carità e nella pazienza. 3Anche le donne anziane abbiano un comportamento santo: non siano maldicenti né schiave del vino; sappiano piuttosto insegnare il bene, 4per formare le giovani all'amore del marito e dei figli, 5a essere prudenti, caste, dedite alla famiglia, buone, sottomesse ai propri mariti, perché la parola di Dio non venga screditata. 6Esorta ancora i più giovani a essere prudenti, 7offrendo te stesso come esempio di opere buone: integrità nella dottrina, dignità, 8linguaggio sano e irreprensibile, perché il nostro avversario resti svergognato, non avendo nulla di male da dire contro di noi. 11È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini 12e ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, 13nell'attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. 14Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Vangelo

Lc 17,7-10

7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: "Vieni subito e mettiti a tavola"? 8Non gli dirà piuttosto: "Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu"? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: "Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare"".

Commento alla Liturgia

Inutili

Roberto Pasolini

Non è esattamente la prima cosa che vorremmo sentirci dire la mattina appena alzati, il complimento che riserviamo alle persone speciali, tantomeno l’epiteto che sfugge dalla bocca nei momenti di rabbia. Eppure il vangelo, quando vuole farci grandi regali e definitive rivelazioni, non si perde in eufemismi e ci annuncia — semplicemente — la verità.

«Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”» (Lc 17,10)

Siamo inutili, cioè non necessari, non indispensabili. Chissà perché, così spesso, perdiamo questo elementare senso della (nostra) realtà e ci incartiamo in un dedalo di preoccupazioni tanto assurde quanto infondate?! Con queste parole il Signore Gesù ci aiuta a perdere quella grande fiducia in noi stessi che ci paralizza il cuore, per incamminarci verso quella piccola fiducia in lui che ci immerge nella grande capacità di amare e di offrire la vita. Finché stiamo a misurare i gesti e le parole in base ai risultati, restiamo in un triste e prudente calcolo economico, dove non ci sono mai grosse perdite, ma non c’è nemmeno autentico amore. Se invece iniziamo a fare le cose senza aspettarci nulla, entriamo in una pace profonda e in una grande libertà. Certo, noi preferiremmo sentirci sempre utili e, soprattutto, manipolare gli altri — molto, molto elegantemente — sempre a nostro favore.

«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sèrvimi”?» (17,7-8)

Fortunatamente, la realtà è (sempre) più bella dei nostri progetti e delle nostre illusioni. Solo Dio è necessario. Né noi, né gli altri lo siamo. Il mondo potrebbe andare avanti benissimo anche senza di noi e — probabilmente — un giorno lo farà! Eppure la nostra vita è importante. È prezioso quello che oggi avremo occasione di fare per e con amore. Siamo inutili, e dovremmo iniziare a goderci questa libertà ricevuta. Le cose utili, per definizione, sono determinate da una funzione e da uno scopo. Il senso della nostra vita, al contrario, esula da qualsiasi utilitarismo. Di noi non c’era affatto bisogno, eppure il Signore ha voluto donarci prima la vita e poi se stesso. Per questo possiamo ricominciare a vivere con «sobrietà» e umile gioia. Consapevoli che siamo per natura fuori da qualsiasi “quotazione”: niente e nessuno può trarre da noi profitto. Il valore della nostra vita, solo Dio lo conosce.

«È apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini [...] Egli ha dato se stesso per noi» (Tt 2,11.14)

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L'aggettivo ἀχρεῖος (achreios), che traduciamo con «inutile», significa letteralmente privo di utile, di necessità economica. A dispetto di un'accezione negativa e svalutante, l'aggettivo può dunque esprimere tutta la libertà e la dignità di chi è disposto a mettersi a servizio non in vista di un tornaconto, ma solo per la gioia di poterlo fare. Potremmo tradurlo con: «senza utile», «gratuito».

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