Commento alla Liturgia

Martedì della XXXIV settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 14,14-19

14E vidi: ecco una nube bianca, e sulla nube stava seduto uno simile a un Figlio d'uomo: aveva sul capo una corona d'oro e in mano una falce affilata. 15Un altro angelo uscì dal tempio, gridando a gran voce a colui che era seduto sulla nube: "Getta la tua falce e mieti; è giunta l'ora di mietere, perché la messe della terra è matura". 16Allora colui che era seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta. 17Allora un altro angelo uscì dal tempio che è nel cielo, tenendo anch'egli una falce affilata. 18Un altro angelo, che ha potere sul fuoco, venne dall'altare e gridò a gran voce a quello che aveva la falce affilata: "Getta la tua falce affilata e vendemmia i grappoli della vigna della terra, perché le sue uve sono mature". 19L'angelo lanciò la sua falce sulla terra, vendemmiò la vigna della terra e rovesciò l'uva nel grande tino dell'ira di Dio.

Vangelo

Lc 21,5-11

5Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: 6"Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta". 7Gli domandarono: "Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?". 8Rispose: "Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: "Sono io", e: "Il tempo è vicino". Non andate dietro a loro! 9Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine". 10Poi diceva loro: "Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, 11e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.

Commento alla Liturgia

La (nostra) terra

Roberto Pasolini

La distruzione del tempio di Gerusalemme è un argomento triste e assai spinoso nella storia di Israele. La profezia di Gesù, in cui si annuncia la sua prossima rovina, non è un giudizio insensibile al valore di questo luogo religioso, ma l’occasione di orientare lo sguardo verso un orizzonte più profondo in relazione alla venuta del Regno di Dio nella storia. Così, come racconta il Vangelo di Luca, mentre «alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi», Gesù dice:

«Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta» (Lc 21,5-6).

Anche se nessuno ama riconoscere di essere maggiormente incantato dalle forme esteriori, dobbiamo ammettere che i nostri sensi restano molto sensibili a tutto ciò che riesce a intercettare immediatamente il nostro bisogno di verità e di bellezza. Per questo il Signore Gesù cerca di non fermarsi allo splendore della facciata del tempio, ma prova ad andare oltre, cogliendo non solo la situazione presente ma anche il “destino” futuro a cui va incontro un edificio che si propone di essere il simbolo dell’incontro tra Dio e gli uomini.

Ormai prossimo a consumare il suo mistero pasquale, Gesù guarda il simbolo dell’istituzione religiosa in Israele con un certo disincanto, sapendo bene quale grande trasformazione il suo sacrificio d’amore sta per imprimere nell’esperienza del popolo ebraico e dentro la storia umana. Consapevole di essere foriero di una impensabile novità – pur dentro la preparazione che tutto il Primo Testamento ha costruito – Gesù aggiunge parole di rassicurazione di fronte alla comprensibile paura che i suoi interlocutori manifestano, davanti all’ipotesi di perdere i punti di riferimento acquisiti:

«Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine» (Lc 21,9).

Attraverso l’esperienza della persecuzione e del martirio, le prime comunità cristiane hanno saputo maturare una certa disponibilità a leggere le grandi trasformazioni storiche non solo come dolorose privazioni, ma anche e soprattutto come misteriose espansioni della vita di Cristo nella nostra umanità. Il libro dell’Apocalisse offre un’immagine significativa di questi momenti, nei quali Dio permette che la storia conosca grandi potature perché una vita nuova e maggiormente inclusiva possa manifestare l’insorgere del Regno di Dio. Con un’immagine bucolica, l’autore del libro descrive la preparazione e l’esecuzione di queste drammatiche trasformazioni come sante mietiture corrispondenti a una precisa volontà di Dio:

«Allora colui che era seduto sulla nube lanciò la sua falce sulla terra e la terra fu mietuta» (Ap 14,16).

Quando improvvisamente crollano situazioni e realtà per cui ci siamo impegnati per lungo tempo, non possiamo che sperimentare una grande paura e un forte disagio. Eppure questo doloroso passaggio serve alla terra per rimanere fertile e restituire al cielo, nella forma del frutto abbondante e rigoglioso, i semi ricevuti. Attraverso la parola di Dio contenuta oggi nelle Scritture, siamo chiamati a ricordare che ogni terra — anche la nostra — deve essere mietuta con la falce per poter offrire a Dio i frutti del suo amore e della sua provvidenza. Per contemplare senza timore questa rivelazione – consapevoli che, in fondo, sempre e solo la morte a noi stessi è necessaria alla vita nuova – l’arte della preghiera rimane la principale risorsa a cui attingere. Soprattutto per diventare così fiduciosi da poter riferire a noi quelle parole che la liturgia mette sulle labbra di ogni figlio di Dio chiamato a portare frutto nell’amore:

«Vieni, Signore, a giudicare la terra» (salmo responsoriale).

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