Commento alla Liturgia

Lunedì della XXVIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Gal 4,22-24.26-27.31–5,1

22Sta scritto infatti che Abramo ebbe due figli, uno dalla schiava e uno dalla donna libera. 23Ma il figlio della schiava è nato secondo la carne; il figlio della donna libera, in virtù della promessa. 24Ora, queste cose sono dette per allegoria: le due donne infatti rappresentano le due alleanze. Una, quella del monte Sinai, che genera nella schiavitù, è rappresentata da Agar 26Invece la Gerusalemme di lassù è libera ed è la madre di tutti noi. 27Sta scritto infatti: Rallégrati, sterile, tu che non partorisci, grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell'abbandonata, più di quelli della donna che ha marito. 31Così, fratelli, noi non siamo figli di una schiava, ma della donna libera. 1Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù.

Vangelo

Lc 11,29-32

29Mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: "Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. 30Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Ninive, così anche il Figlio dell'uomo lo sarà per questa generazione. 31Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. 32Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Ninive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona.

Commento alla Liturgia

Liberi per

Roberto Pasolini

Incalzati da ritmi quanto meno inumani, stretti dalla morsa di una crisi economica (?) più lunga e dolorosa del previsto, non di rado trascorriamo le nostre giornate nell’affannoso e vano tentativo di liberarci dai numerosi pesi che ci opprimono. Soprattutto il cuore, quel punto di verità invisibile eppure reale, così intollerante ai palliativi che promettono, ma non assicurano, sonni tranquilli. Liberarsi da quello che sembra minacciare la nostra quiete o, addirittura, la nostra felicità non è sufficiente. Lo aveva già segnalato Paolo ai Galati, vedendoli correre il rischio di vivere nuovamente da schiavi dopo essere stati rigenerati dalla gioia del vangelo.

Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù (Gal 5,1). 

Certo, essere affrancati da ciò che è contrario a una vita degna, giusta e solidale con gli altri è, e non può che essere, il sacrosanto traguardo di ogni nostro quotidiano impegno. Eppure, l’emancipazione da ciò che appesantisce e rende brutta l’esistenza è soltanto il primo passo di una vera libertà. Poi occorre decidere e scegliere per cosa si vuole essere liberi. Qui il messaggio evangelico ha una parola unica da annunciare, proclamando che l’uomo è libero per amare e servire il suo prossimo. Questa è vera libertà perché ci insegna e ci dona un modo di vivere sempre fecondo.

«Rallégrati, sterile, tu che non partorisci, grida di gioia, tu che non conosci i dolori del parto, perché molti sono i figli dell’abbandonata, più di quelli della donna che ha marito» (4,27).

Di fronte a questo meraviglioso riscatto, esiste un solo problema: il timore di non farcela, che si traduce sempre nell’attesa di ulteriori segni e conferme. Si tratta di quella paura che ci spinge a ritenere che siano le circostanze esteriori a essere mancanti. Una paura antica e nuova, oltre la quale si nasconde tuttavia l’appello del Signore rivolto proprio a noi. Che possiamo diventare «liberi per», il segno di speranza che manca al giorno.

«Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona» (Lc 11,29).

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L'aggettivo («saldi») manca nell'originale greco, dove è sufficiente il verbo στήκω (stēkō) per esprimere il concetto inteso da Paolo. Più di un semplice rimanere fisico, στήκω può assumere un senso simbolico: «restare fermo in una convinzione», «rimanere fiducioso in attesa di un giudizio», «attendere il tempo sufficiente per essere provato».

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