Commento alla Liturgia

Mercoledì della XXXIV settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 15,1-4

1E vidi nel cielo un altro segno, grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi è compiuta l'ira di Dio. 2Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco; coloro che avevano vinto la bestia, la sua immagine e il numero del suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo. Hanno cetre divine e 3cantano il canto di Mosè, il servo di Dio, e il canto dell'Agnello: " Grandi e mirabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente; giuste e vere le tue vie, Re delle genti! 4O Signore, chi non temerà e non darà gloria al tuo nome? Poiché tu solo sei santo, e tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi furono manifestati".

Vangelo

Lc 21,12-19

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Commento alla Liturgia

Perseveranza

Roberto Pasolini

Il sapiente intreccio delle Scritture di ieri ci offriva l’occasione di ricordare che i momenti in cui la realtà viene improvvisamente ridimensionata possono essere letti, alla luce della rivelazione evangelica, come passaggi verso un inatteso e misterioso incremento di vita. In questi dolorosi passaggi, che tutti sperimentiamo a causa della fede nel Signore Gesù, siamo chiamati a disobbedire alla paura che la sofferenza possa essere un evento in cui ci sentiamo colpevoli o falliti. Le immagini a cui Gesù fa riferimento per educare i discepoli a considerare e ad affrontare tutte le conseguenze della sequela al vangelo appaiono sicuramente dure per la nostra sensibilità, così incerta e timorosa di fronte ai conflitti. Quello su cui potremmo fermare maggiormente la nostra attenzione non è tanto l’annuncio di una drammatica «testimonianza» da dover offrire a Dio (Lc 21,13), che può compiersi addirittura davanti «a re e governatori» (21,12), quanto che la rivelazione dei figli di Dio espone ciascuno a un terribile martirio proprio all’interno del recinto delle relazioni familiari:

«Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Lc 21,16-17).

Queste parole non vogliono certo incutere paura o gettare nel panico i discepoli, ma indicare loro, con largo anticipo, quale sia l’unica vera forza da abbracciare nei momenti in cui la tentazione potrebbe essere quella di impugnare qualche arma per garantirsi una legittima difesa e per rispondere al fuoco con altrettanto fuoco. In realtà, proprio in questi momenti in cui diventiamo oggetto di odio, persino da parte delle persone più care, possiamo scoprire il diritto di perseverare in ciò che abbiamo scelto di vivere, dunque anche di patire:

«Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (Lc 21,18-19).

Perseverare non significa semplicemente stringere i denti, nell’attesa che sia passata l’ora dell’angoscia e del dolore. Spesso il momento del martirio è l’unica concreta possibilità di accettare che la nostra debolezza non sia necessariamente un luogo da cui bisogna fuggire, ma anche uno spazio di vita in cui possiamo restare con fiducia nel mistero e nella logica della vita, che risorge quando non cessa di amare. È stata questa la grande speranza che ha abitato il cuore del Signore Gesù nell’ora della sua passione: ha permesso che le nostre mani e i nostri giudizi facessero di lui quello che (non) volevamo, manifestando quanta vita divenga possibile quando scegliamo di dilatare la trama delle nostre relazioni fino alla misura dell’amore più grande.

Il libro dell’Apocalisse ci consegna «un altro segno» (Ap 15,1) per prolungare la nostra meditazione e la nostra fede su questo punto. I martiri santi vengono rappresentati con un’immagine di grande effetto, capace di mostrare quanta stabilità ci sia in chi radica la sua vita in quella dell’Agnello immolato: «stavano in piedi sul mare di cristallo» (15,2). Simbolo della morte e del male, il mare non appare più come una forza da temere, ma come pavimento su cui si può stare in piedi senza né vacillare né affondare. Sopra di esso, i servi dell’Agnello, cioè i cristiani, non piegano le ginocchia davanti a nessuno, perché hanno ormai la forza di stare nella posizione propria dei risorti, con canti di vita e di gioia da effondere gratuitamente:

«Hanno cetre divine e cantano il canto di Mosé, il Servo di Dio, e il canto dell’Agnello» (Ap 15,3).

Nessuno può più togliere loro la vita, perché hanno scelto di donarla per primi e per sempre. Per questo sono felici di poter affermare, con la propria vita, la vita di Dio e, con lui, perseverare in una comunione d’amore:

«Grandi e mirabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente; giuste e vere le tue vie, Re delle Genti!» (Ap 15,3).

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