Commento alla Liturgia

Martedì della XXVIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Gal 5,1-6

1Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù. 2Ecco, io, Paolo, vi dico: se vi fate circoncidere, Cristo non vi gioverà a nulla. 3E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato ad osservare tutta quanta la Legge. 4Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia. 5Quanto a noi, per lo Spirito, in forza della fede, attendiamo fermamente la giustizia sperata. 6Perché in Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità.

Vangelo

Lc 11,37-41

37Mentre stava parlando , un fariseo lo invitò a pranzo. Egli andò e si mise a tavola. 38Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo. 39Allora il Signore gli disse: "Voi farisei pulite l'esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. 40Stolti! Colui che ha fatto l'esterno non ha forse fatto anche l'interno? 41Date piuttosto in elemosina quello che c'è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro.

Commento alla Liturgia  

Dentro

Roberto Pasolini

Possiamo cogliere la ricorrenza di un sentimento comune nelle parole dell’apostolo Paolo e in quelle del Signore Gesù: una certa «rabbia» nei confronti di quegli atteggiamenti che, in apparenza, sembrano attestare un rapporto autentico con Dio e con gli altri, mentre in realtà ne sono soltanto una caricatura o, peggio ancora, una triste smentita. Rivolgendosi alla neonata comunità dei cristiani di Galazia, l’apostolo conclude il suo «inno alla libertà» dei figli di Dio denunciando con speciale intensità il pericolo di ricadere in una logica basata su forme esteriori, cioè un modo di vivere ancora non affrancato dal «giogo della schiavitù» (Gal 5,1).

La prima conseguenza del ragionamento di Paolo appare già molto chiara e stringente: «E dichiaro ancora una volta a chiunque si fa circoncidere che egli è obbligato a osservare tutta quanta la Legge» (5,3). L’apostolo dichiara che, se non si ha il coraggio di accogliere tutta la libertà filiale che scaturisce dal mistero pasquale, ma si vuole restare a segni religiosi appartenenti all’economia – e alla pedagogia – della Legge, allora si rimane totalmente dentro un modo di interpretare il rapporto con Dio privo dell’esperienza della sua paternità. La gravità di questi residui di religiosità dentro un cuore che cerca di accogliere la possibilità di una nuova vita non è data dal fatto che non ci sia alcun valore nei gesti e nelle pratiche dell’alleanza antica, ma coincide con la perdita di quella grazia particolare che è la vita in relazione a Cristo:

«Non avete più nulla a che fare con Cristo voi che cercate la giustificazione nella Legge; siete decaduti dalla grazia» (5,4).

Per i Galati è forte il rischio e sottile la tentazione di ritornare a compiere gesti con cui sentirsi — anzitutto ai loro stessi occhi — persone buone e impegnate, definite da un certo zelo nei confronti dell’osservanza della Legge di Dio.

Il Signore Gesù, invitato «a pranzo» (Lc 11,37) in casa di un fariseo, si trova a dover affrontare una situazione analoga a quella della comunità di Galazia, quando si accorge che l’attenzione riservata al rispetto delle norme rituali è superiore a quella accordata alla sua stessa persona: «Il fariseo vide e si meravigliò che non avesse fatto le abluzioni prima del pranzo» (11,38). Correndo il rischio di compromettere il clima conviviale che si addice a un invito a pranzo, Gesù non perde l’occasione per trasformare un momento critico in un’occasione di annuncio della grazia del Vangelo:

«Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e cattiveria» (11,39).

Al pari dell’apostolo, anche il Signore non ha timore di denunciare l’inutilità di certe forme religiose quando diventano fini a se stesse e non a maturare una maggior attenzione e sensibilità nei confronti dell’altro. Il pericolo delle forme esteriori, con cui cerchiamo di sentirci buoni e diversi dagli altri, è che l’apparenza diventi il luogo di maggiore rilevanza ai nostri occhi, a svantaggio del cuore delle persone e delle situazioni con cui siamo coinvolti. Attraverso questo duplice richiamo, oggi, le Scritture ci chiedono di verificare lo stato di salute dei segni con cui cerchiamo di restare in rapporto con Dio, con gli altri e con le cose. La libertà cristiana è una condizione di vita e di apertura interiore in cui possiamo imparare a restare solo nella misura in cui siamo disposti a dare quello che siamo realmente, e non quello che gli altri desiderano o si aspettano da noi:

«Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro» (11,41).

Dopo i primi, facili passi nella confidenza con Dio, rimanere saldi davanti al suo amore fedele esige che il nostro cuore filiale si traduca nel compito di saper sempre mostrare e offrire quello che siamo «dentro», anche quando la nostra realtà dovesse sembrarci poca cosa. Contro i narcisismi e gli egoismi del cuore, la medicina è solo una: smettere di guardarsi allo specchio e provare a credere che quello che agli altri manca siamo proprio noi. E i doni che il Signore ha posto nelle nostre mani, perché ci sentissimo liberi di condividerli con speranza.

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L'aggettivo («saldi») manca nell'originale greco, dove è sufficiente il verbo στήκω (stēkō) per esprimere il concetto inteso da Paolo. Più di un semplice rimanere fisico, στήκω può assumere un senso simbolico: «restare fermo in una convinzione», «rimanere fiducioso in attesa di un giudizio», «attendere il tempo sufficiente per essere provato».

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