Commento alla Liturgia

Venerdì della XXVIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ef 1,11-14

11In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati - secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà - 12a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. 13In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, 14il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Vangelo

Lc 12,1-7

1Intanto si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: "Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia. 2Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. 3Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze. 4Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. 5Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. 6Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. 7Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!

Commento alla Liturgia

Amici miei

MichaelDavide Semeraro

Chissà se la parola che il Signore Gesù rivolge con un’intesa carica di intimità ed emotività la sentiamo veramente rivolta a noi? Se nel Vangelo di Giovanni talora il Maestro arriva a chiamare i suoi discepoli teneramente «figlioli miei», troviamo nel testo della liturgia di oggi una sfumatura ancora più intensa: «Dico a voi, amici miei…» (Lc 12,4). Se leggiamo il seguito delle parole del Signore come un’esplicitazione di questo intimo e intenso modo di entrare in relazione, risulta assai chiaro il fatto che essere amici del Signore significa non avere «paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla»! La domanda sorge spontanea: «Cosa mai potrebbero farci di più dopo averci uccisi?»! Il Signore Gesù ci ricorda che c’è una morte ben più pericolosa della perdita della vita fisica:

«Vi mostrerò invece di chi dovete avere paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna» (12,5).

Il Signore non vuole né minacciarci né tantomeno impaurirci - in tal caso entrerebbe in contraddizione con se stesso – vuole, invece, equipaggiarci interiormente contro il rischio sempre in agguato di cedere al veleno più pericoloso che è «l’ipocrisia» (12,1). L’apostolo Paolo ci aiuta a comprendere meglio dove stia il pungiglione di questa pericolosa malattia dell’anima che rischia di infettare non solo noi stessi, ma anche tutto il mondo attorno a noi. L’antidoto è una chiara ed esigente consapevolezza di quanto la nostra esistenza sia parte del «progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà», che si concretizza nell’«essere lode della sua gloria» (Ef 1,11-12). L’ipocrisia contro cui si scaglia il Signore Gesù è invece quella che ci inclina a pensare ed organizzare la nostra vita come se fosse “a lode della nostra gloria”.

Il primo passo per non cadere in questa trappola è di pensare a noi stessi come a quei «cinque passeri» (Lc 12,6) evocati dal Signore Gesù: essi sono al contempo preziosi e inutili! Inutili perché di per sé non valgono poi così tanto, ma preziosi a motivo di uno sguardo e di una cura che è capace di dare loro un valore capace di conferire dignità attraverso l’amore e la cura. Se siamo sinceri, ogni volta che cediamo alle spire dell’ipocrisia è perché non abbiamo una giusta e serena considerazione di noi stessi tanto da essere impauriti all’idea di non esistere, di non contare tanto da temere che la nostra vita non abbia un posto e non abbia un senso. Su questo punto il Signore ci rassicura radicalmente:

«Non abbiate paura: valete più di molti passeri!» (12,7).

Da parte sua l’apostolo Paolo ci rivela in cosa consista il segreto di questa solidità interiore: «avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo» (Ef 1,13). Potremmo intendere questo sigillo proprio come un sigillo di garanzia sulla bellezza e sulla bontà di quello che siamo tanto da non doverci preoccupare di apparire rischiando di mentire su noi stessi.

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