Commento alla Liturgia

Mercoledì della XXXIV settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 15,1-4

1E vidi nel cielo un altro segno, grande e meraviglioso: sette angeli che avevano sette flagelli; gli ultimi, poiché con essi è compiuta l'ira di Dio. 2Vidi pure come un mare di cristallo misto a fuoco; coloro che avevano vinto la bestia, la sua immagine e il numero del suo nome, stavano in piedi sul mare di cristallo. Hanno cetre divine e 3cantano il canto di Mosè, il servo di Dio, e il canto dell'Agnello: " Grandi e mirabili sono le tue opere, Signore Dio onnipotente; giuste e vere le tue vie, Re delle genti! 4O Signore, chi non temerà e non darà gloria al tuo nome? Poiché tu solo sei santo, e tutte le genti verranno e si prostreranno davanti a te, perché i tuoi giudizi furono manifestati".

Vangelo

Lc 21,12-19

12Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. 13Avrete allora occasione di dare testimonianza. 14Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; 15io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. 16Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; 17sarete odiati da tutti a causa del mio nome. 18Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 19Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita.

Commento alla Liturgia

Arpa

MichaelDavide Semeraro

L’Apocalisse ci porta sempre più in profondità e ci aiuta a intravedere non tanto la fine ma il fine della storia. La storia si compie attraverso le piccolissime storie che sono la vita di ogni creatura visibile e invisibile, animale, vegetale e minerale di cui l’uomo – ciascuno di noi – rappresenta il simbolo più eloquente e comprensivo, anche se non unico. Così nel cielo si vede un altro «segno grande e meraviglioso» (Ap 15,1), ma il Veggente, dopo aver parlato di «sette angeli», subito aggiunge:

«Vidi pure un mare di cristallo misto a fuoco e coloro che avevano vinto la bestia e la sua immagine e il numero del suo nome, stavano ritti sul mare di cristallo» (15,2).

Agli angeli che popolano il cielo corrispondono sulla terra gli uomini che vincono le suggestioni del male poiché non accettano di piegarsi, ma continuamente e sempre stanno «ritti» per imitare l’Agnello-Pastore che sta «ritto» (14,1) davanti al Padre e al cospetto della storia, che da Lui – nella sua oblazione pasquale – riceve il senso che altrimenti rischierebbe di non avere o almeno di non trovare.

Si potrebbe dire che la sfida principale, che attraversa pure la vita di ciascuno di noi, è quella, appunto, di rimanere ritti, retti, eretti senza mai cedere alla facilità di acconsentire alla tendenza di piegarci come bestie verso la terra. Siamo chiamati a vivere e – in caso ci fosse richiesto – a morire andando a testa alta non perché ci si creda alcunché, ma perché consci di come in verità la nostra «patria è nei cieli» (Fil 3,20). Anche per noi vale il discernimento a cui furono assoggettati i soldati di Gedeone: «quanti lambiranno l’acqua con la lingua, come la lambisce il cane, li porrai da una parte» (Gdc 7,5), per essere chiaramente e senza scrupolo esclusi dalle battaglie del Signore. Anche per noi vale la duplice parola del Signore Gesù: «sarete odiati da tutti» (Lc 21,17), ma

«con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (21,19).

Perseverare significa tenere teso l’arco dell’amore anche quando l’odio diventa palpabile e asfissiante. Perseverare significa respirare sempre dal più profondo della nostra più remota interiorità senza lasciarci – in nessun modo – contaminare dalla paura, cosicché la persecuzione diventerà – suo malgrado - «occasione di rendere testimonianza» (21,13). Quella che il Signore ci richiede è una testimonianza piena, senza tentennamenti e senza cedimenti. Non basta rimanere «ritti» (Ap 15,2), bisogna pure cantare «accompagnando il canto con le arpe divine». Forse – soprattutto nel nostro tempo così bisognoso di speranza – ciò che rischia di mancare più d’ogni altra cosa a noi che ci diciamo “cristiani” è proprio un’arpa… qualcosa che stemperi le paure e accompagni la marcia dell’umanità tutta verso la gioia. Per tutto ciò bisogna avere cuore! Lasciamoci toccare da questa parola di Agostino: «Ciascuno consideri se il suo cuore non sia troppo stretto». E qualora fosse così, non ci resta che dilatarlo attraverso la musica dell’amore che sa pizzicare tutte le corde di ogni cuore e che sa portare a compimento ogni desiderio di bene.

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