Commento alla Liturgia

Venerdì della XXIX settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ef 4,1-6

1Io dunque, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, 2con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell'amore, 3avendo a cuore di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. 4Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; 5un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. 6Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

Vangelo

Lc 12,54-59

54Diceva ancora alle folle: "Quando vedete una nuvola salire da ponente, subito dite: "Arriva la pioggia", e così accade. 55E quando soffia lo scirocco, dite: "Farà caldo", e così accade. 56Ipocriti! Sapete valutare l'aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? 57E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto? 58Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all'esattore dei debiti e costui ti getti in prigione. 59Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo".

Commento alla Liturgia

Ciò che è giusto

Roberto Pasolini

Dopo aver messo a fuoco la divisione, come conseguenza di un amore autentico e come tappa verso legami liberi, il vangelo di oggi fa convergere la nostra riflessione sul vincolo della comunione, come spazio di verifica e di discernimento di relazioni fraterne fondate sul dono della paternità di Dio. Dall’inevitabilità dello scontro — nell’incontro — con l’altro, Gesù passa velocemente all’opportunità dell’accordo mentre si condivide il cammino della vita:

«Quando vai con il tuo avversario davanti al magistrato, lungo la strada cerca di trovare un accordo con lui, per evitare che ti trascini davanti al giudice e il giudice ti consegni all’esattore dei debiti e costui ti getti in prigione» (Lc 12,58).

Lasciando da parte l’atmosfera giuridica e il risvolto morale presenti in questa esortazione, possiamo riconoscervi una certa dose di realismo, con cui sempre il Signore Gesù sa cogliere il mistero della nostra vita come un dono da svolgere nella fede in «un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6). In fondo, anche se non abbiamo forse necessità di introdurre i nostri rapporti in qualche aula di tribunale, dobbiamo riconoscere che con qualche «avversario» dobbiamo fare i conti tutti i giorni. Anzi, siamo persino noi gli avversari con cui gli altri, molto spesso, devono fare conti che volentieri farebbero a meno di fare. Il Signore Gesù prende la parola per dichiarare che questo tempo, in cui gli avversari camminano accanto verso una meta comune, può essere interpretato come l’occasione di assumere una disponibilità all’amore fino al perdono, prima che il prezzo da pagare diventi troppo oneroso e doloroso per tutti: «Io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo» (Lc 12,59).

Certo non servirebbero giudici, tribunali e sentenze, se ciascuno di noi, nel duplice ruolo di vittima e carnefice, avesse l’intelligenza di imitare la sensibilità e gli atteggiamenti dell’apostolo, così «prigioniero» (Ef 4,1) del volto misericordioso del Padre da potersi permettere di domandare ai fratelli nella fede la disponibilità a offrire tutto ciò che la nostra umanità, immersa in «un solo battesimo» (4,5), è capace di incarnare con intelligente creatività:

«Comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore» (4,1-2).

Per sentire l’urgenza di una conversione a quanto di più bello la nostra umanità redenta sia in grado di esprimere, dobbiamo lasciarci determinare dal volto e dal bisogno dell’altro. Sempre in questo modo Dio ci chiede di uscire da noi stessi per assumere la gioia di costruire il sogno di un’umanità nuova, costruita sul vincolo e sulla parola del Vangelo. Se lo Spirito di Cristo geme e palpita in noi, dovremmo sentire con grande naturalezza la «chiamata» (4,1) a percorrere la strada verso l’altro, anche quando il suo volto ci appare lontano o estraneo al nostro modo di sentire. Non c’è alcun bisogno di attendere un tempo più favorevole di quello presente, dove una sola, grande speranza — la vita come «vocazione» (4,4) — pervade ogni situazione e ogni relazione:

«Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo; come mai questo tempo non sapete valutarlo? E perché non giudicate voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12,56-57).

Quello che è giusto, agli occhi di Dio e secondo il desiderio profondo del nostro cuore, è non rinunciare mai alla fatica del dialogo e del confronto, per diventare quella generazione umana capace di offrire la testimonianza dell’umile ricerca del volto Dio:

«Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe» (Sal 23,6).

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La parola «avversario» (ἀντίδικος) può significare «accusatore», o «antagonista». Emergono due sfumature: la prima sottolinea l'elemento di accusa che implica avere qualcuno avverso, cioè contrario a noi; la seconda, invece, allude a una dimensione di lotta e di combattimento che sperimentiamo quando siamo di fronte a un nemico, con cui siamo entrati in una forte competizione.

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