Commento alla Liturgia

Sabato della XXXII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

3Gv 1,5-8

5Carissimo, tu ti comporti fedelmente in tutto ciò che fai in favore dei fratelli, benché stranieri. 6Essi hanno dato testimonianza della tua carità davanti alla Chiesa; tu farai bene a provvedere loro il necessario per il viaggio in modo degno di Dio. 7Per il suo nome, infatti, essi sono partiti senza accettare nulla dai pagani. 8Noi perciò dobbiamo accogliere tali persone per diventare collaboratori della verità.

Vangelo

Lc 18,1-8

1Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: 2"In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. 3In quella città c'era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: "Fammi giustizia contro il mio avversario". 4Per un po' di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: "Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, 5dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi"". 6E il Signore soggiunse: "Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. 7E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? 8Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?".

Commento alla Liturgia

Collaboratori

Roberto Pasolini

L’introduzione alla parabola della «vedova» insistente (Lc 18,3), che infastidisce fino alla nausea «un giudice» abietto, «che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno» (18,2), ci provoca a verificare se la nostra vita di preghiera è un verbo che sappiamo coniugare con i necessari avverbi di cui la fede si nutre. Gesù dice ai suoi discepoli non solo che coltivare la relazione con Dio sia una «necessità» che si impone alla nostra vita creaturale e filiale, ma che bisogna imparare a restare in preghiera «sempre, senza stancarsi mai» (18,1).

Mettendo da parte il disagio che una simile esortazione potrebbe suscitare nel nostro cuore, sempre così debole di fronte alla sfida di compiere «fedelmente» (3Gv 5) scelte definitive, vale la pena chiedersi cosa si aspetti realmente il Signore Gesù da noi e dalla nostra capacità di volgere a lui l’attenzione e l’intenzione del nostro sguardo. In fondo, ciò che rende ostinata e petulante la donna di cui parla la parabola non è una particolare abilità orante, ma la coscienza di avere un «avversario» da affrontare, insieme alla certezza di aver diritto a ricevere una «giustizia» (18,3) come giusto riscatto per la propria vita. Da questa lucida consapevolezza sgorga tutta la forza della sua tenacia e l’efficacia della sua preghiera, che riesce a ottenere il bene sperato:

«Dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi» (18,5).

Forse essere percepiti come fastidiosi e insistenti non è propriamente l’immagine più gradevole con cui vorremmo essere considerati dagli altri, eppure vale la pena chiederci se siamo più interessati alla forma o alla sostanza di una preghiera capace di penetrare il cuore dell’Altissimo. A volte smarriamo la coscienza del fatto che il respiro del nostro essere cristiani — la preghiera — non può che essere anche combattimento contro un «avversario» o, meglio ancora, contro un mare di avversità interiori con cui ci chiudiamo in uno sciocco individualismo, dove l’aiuto dell’altro può risultare addirittura fastidioso o imbarazzante. Pregare non significa soltanto rimanere, a parole o in silenzio, davanti a Dio, ma incamminarsi verso un Regno già presente in questo mondo eppure ancora così ostacolato dalla nostra incapacità di accoglierci come fratelli e figli di un solo Padre. Scrivendo al «carissimo Gaio», l’apostolo Giovanni lo esorta a compiere gesti di attenzione «in favore dei fratelli, benché stranieri» (3Gv 5):

«Tu farai bene a provvedere loro il necessario per il viaggio in modo degno di Dio» (6).

Il segreto della vedova sta però anche altrove, precisamente nella sua ostinata convinzione di avere diritto a ricevere una giustizia. Nella semantica ebraica, la giustizia non è tanto il frutto di un’operazione forense, che cerca di assicurare a ciascuno il suo diritto lasciando però una grande sperequazione nella realtà. Più che un concetto o un ideale, la giustizia biblica è una qualità di vita che il Signore Dio desidera garantire a tutti i suoi figli, a partire da quelli più deboli e indifesi: il povero, la vedova e lo straniero. La nostra preghiera può diventare ostinata e continua solo quando siamo assetati di questa giustizia, per noi e per tutti. L’uomo capace di rimanere in preghiera senza stancarsi non è quello che continua a pronunciare formule di preghiera, ma quello sempre capace di offrire in dono quello che ha e di cui dispone:

«Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia. Egli non vacillerà in eterno: eterno sarà il ricordo del giusto» (Sal 111,5-6).

Probabilmente quello che è veramente necessario per entrare in una continua preghiera, secondo la parola del Vangelo, non è altro che una capacità di accogliere noi stessi e l’altro, facendo tutto il possibile perché la vita non sia un «fastidio» per nessuno, ma una possibilità per tutti coloro che sono stati «eletti» (Lc 18,7) a poterne godere. In questo modo diventiamo «uomini retti» (Sal 111,4) e «collaboratori della verità» (3Gv 8).

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