Commento alla Liturgia

Sabato della XXXIV settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 22,1-7

1Mi mostrò poi un fiume d'acqua viva limpida come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell'Agnello. 2In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall'altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all'anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell'albero servono a guarire le nazioni. 3E non vi sarà più maledizione. Nella città vi sarà il trono di Dio e dell'Agnello: i suoi servi lo adoreranno; 4vedranno il suo volto e porteranno il suo nome sulla fronte. 5Non vi sarà più notte, e non avranno più bisogno di luce di lampada né di luce di sole, perché il Signore Dio li illuminerà. E regneranno nei secoli dei secoli. 6E mi disse: "Queste parole sono certe e vere. Il Signore, il Dio che ispira i profeti, ha mandato il suo angelo per mostrare ai suoi servi le cose che devono accadere tra breve. 7Ecco, io vengo presto. Beato chi custodisce le parole profetiche di questo libro".

Vangelo

Lc 21,34-36

34State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all'improvviso; 35come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. 36Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell'uomo".

Commento alla Liturgia

Comparire

MichaelDavide Semeraro

La conclusione dell’anno liturgico evoca per ciascuno di noi il senso e la direzione di tutta la nostra esistenza sia come creature che come credenti:

«comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Lc 21,36).

Potremmo dire che le ultime parole della Liturgia ci ricordano la necessità di non dimenticare mai che siamo chiamati a «comparire davanti» a qualcuno e in questo modo è come se venissimo sottratti al «laccio» (21,35) di un imprigionamento su noi stessi senza più legami e orizzonti. Se fosse così, ci priveremmo dello sguardo e della capacità di contestualizzare la nostra vita in un orizzonte e un contesto più grandi e più veri della nostra stessa esistenza quotidiana. Facendo un piccolo bilancio di questo anno liturgico che si conclude, potremmo cercare di dare concretezza dando una valutazione onesta e attenta alla nostra vita, per attualizzare e nominare in modo concreto e appropriato ciò che corrisponde nel nostro vissuto a quanto viene evocato dal Signore Gesù: «dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita» (21,34).

Non possiamo non soffermarci sul fatto che la liturgia, nella sua scelta dei testi, ci congeda con uno sguardo sul Signore Gesù che, ancora una volta, parla di se stesso come «Figlio dell’uomo» (21,36). Mentre ci accingiamo a cominciare il cammino dell’Avvento, questa figura misteriosa sembra prenderci per mano per condurci al cuore del mistero di Cristo Signore. Questa figura del «Figlio dell’uomo» sarà quella in cui il Signore Gesù, via via, si identificherà sempre di più, chiedendo ai suoi discepoli di riconoscerlo proprio sotto questo segno. Nel mistero della sua passione sarà questa figura a essere il motivo della condanna nel processo religioso. Identificandosi nel «Figlio dell’uomo», il Signore Gesù pone come essenza della sua identità la sua intima e unica relazione con il Padre, che si manifesta nella verità e nell’autenticità della sua umanità condivisa con noi. A nostra volta, come discepoli del Signore, siamo chiamati a entrare in questo medesimo processo, che fa della nostra umanità il luogo della nostra somiglianza autentica con il nostro Creatore e Signore.

Allora la domanda si fa urgente: sapremo «comparire davanti al Figlio dell’uomo»? L’Apocalisse ci ricorda che questo sarà possibile solo a condizione di aver portato a una certa pienezza il nostro cammino di umanizzazione, tanto da poter dimorare in quella realtà divina che il veggente di Patmos descrive sotto il segno di una pienezza partecipata e condivisa con tutti coloro che accettano di entrare nel suo mistero:

«si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22,2).

Comparire sembra così fare rima con guarire… ma è ben più di una rima: è una sfida. Potremmo così chiederci quanto, alla fine di questo anno liturgico, siamo guariti un poco dal male delle nostre chiusure e dei nostri egoismi. Il primo passo è quello di riprendere ogni mattina il cammino della preghiera come luogo di verità e di conversione.

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