Commento alla Liturgia

Venerdì della XXXI settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Fil 3,17–4,1

17Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l'esempio che avete in noi. 18Perché molti - ve l'ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto - si comportano da nemici della croce di Cristo. 19La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. 20La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, 21il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. 1Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Vangelo

Lc 16,1-8

1Diceva anche ai discepoli: "Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2Lo chiamò e gli disse: "Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare". 3L'amministratore disse tra sé: "Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. 4So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua". 5Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: "Tu quanto devi al mio padrone?". 6Quello rispose: "Cento barili d'olio". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta". 7Poi disse a un altro: "Tu quanto devi?". Rispose: "Cento misure di grano". Gli disse: "Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta". 8Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Commento alla Liturgia

Essere accolti

Roberto Pasolini

Talvolta è necessario un colpo d’ali, uno scatto d’audacia nei rapporti che viviamo. Siamo tutti così abituati a verificare e a progettare le cose secondo gli assi cartesiani di questo mondo, che dimentichiamo con tragica facilità quanto la «croce di Cristo» ha trasformato la direzione della nostra vita. Quanto siano altrove, non nelle «cose della terra», la fonte a cui attingere la gioia che cerchiamo, la speranza che ci manca, l’amore che non riusciamo a ricevere e offrire.

«La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso» (Fil 3,20-21)

La conversione, di cui parliamo tanto — a volte troppo — inizia sempre con un mutamento di sguardo, con la percezione di un destino donato, indipendente dai nostri sforzi e dalle nostre forze, a cui il Signore ci chiama. Solo questo fascio di luce è in grado di strapparci ai nostri labirinti di opportunismo e di possessività, nei quali tendiamo a rimanere fino a quando non siamo smascherati.

«Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi» (Lc 16,1)

Colto in castagna, il disonesto amministratore chiama a raccolta tutti i debitori del suo padrone e concede loro inattesi sconti, attirandosi così stima e simpatia. Non improvvisa scatti di volontà o azioni di cui si riconosce — onestamente — incapace. Investe invece sulle relazioni, per far diventare amici quelle persone con le quali, precedentemente, aveva costruito rapporti di dominio e di sfruttamento.

«Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua» (Lc 16,3-4)

È davvero singolare eppure tanto luminoso che, proprio nei momenti in cui cadiamo in basso, nel nostro cuore (ri)sorge l’intuizione che non abbiamo bisogno di possedere, né di accumulare, né di controllare, né di pianificare o progettare. Nella vita ciò che veramente conta è scoprire come e dove possiamo essere “accolti”. Perché in questo — solo in questo — c’è la felicità che cerchiamo.

«Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza» (16,8)

Ecco perché l’amministratore è lodato. Non per la sua disonestà. Ma per la furbizia a cui riesce a dar retta proprio nel momento in cui le cose gli stanno sfuggendo di mano. È quello — sempre — il momento in cui la nostra libertà può rivelare il suo “x-factor”, la sua irriducibile capacità di intonare il canto dei pellegrini, che da questo mondo decidono di camminare verso il Padre insieme a tutti gli altri. Ormai fratelli.

Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore!» (Sal 121,1)

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Il termine «cittadinanza», in greco πολίτευμα, indica la vita, l'organizzazione e le norme di uno «stato». La vulgata (versione latina) lo traduce con conversatio, il cui significato oltrepassa quello di cittadinanza: 1) soggiorno frequente, convivenza, 2) intimità, 3) familiarità, dimestichezza, 4) condotta, contegno. Tutte queste sfumature arricchiscono la condizione di vita del cristiano, il quale può vivere in questo mondo sentendosi già familiare di Dio e del suo Regno.

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