Commento alla Liturgia

Giovedì della XXIX settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ef 3,14-21

14Per questo io piego le ginocchia davanti al Padre, 15dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, 16perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell'uomo interiore mediante il suo Spirito. 17Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, 18siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, 19e di conoscere l'amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio. 20A colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che opera in noi, 21a lui la gloria nella Chiesa e in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli! Amen.

Vangelo

Lc 12,49-53

49Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! 50Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto! 51Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. 52D'ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; 53si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre , madre contro figlia e figlia contro madre , suocera contro nuora e nuora contro suocera ".

Commento alla Liturgia

Fuoco

Roberto Pasolini

Le parole con cui Gesù è pronto a rivelare la determinazione del suo cuore, in vista dell’imminente dono d’amore che vuole offrire a tutti attraverso il suo mistero pasquale, non possono essere in alcun modo né addomesticate, né troppo facilmente intese:

«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!» (Lc 12,49).

Se per noi il fuoco evoca purificazioni dolorose, seppure necessarie, a cui non riusciamo sempre a offrire un pronto assenso, per il Signore Gesù il ricorso a questa immagine incandescente non ha altro scopo se non quello di rivelare l’intensità del desiderio che abita la sua carne umana e orienta i suoi passi verso la nostra umanità bisognosa di salvezza. È lui stesso a stabilire una relazione tra l’impazienza nei confronti dell’incendio che sulla terra è in procinto di scatenarsi e l’angoscia rispetto al mistero di passione, morte e risurrezione che si sta per consumare nella sua carne umana:

«Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!» (12,50).

In queste parole siamo invitati a cogliere non l’ostentazione di una forza a noi estranea, né il ricatto di qualcuno che si aspetta subito una generosa risposta d’amore da parte nostra, ma semplicemente il disvelarsi dell’amore di Cristo «che supera ogni conoscenza» (Ef 3,19). Si tratta di una comprensione necessaria per non fraintendere il successivo «inno alla divisione», in cui Gesù annuncia una brusca rottura nel modo con cui siamo abituati a percepire e a condurre le nostre relazioni:

«Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione» (Lc 12,51).

Il riferimento a ciò che maggiormente temiamo di sperimentare — ancora — nella nostra vita, cioè la rottura e l’abbandono, vuole ricordarci che nessun amore – nemmeno quello di Dio – può propagarsi in modo meccanico, senza il concorso e l’ausilio della libertà. Contro immagini e ideali di relazioni troppo scontate, il Vangelo ci riporta con i piedi per terra, costringendoci a fare i conti con quel passaggio fondamentale in cui ogni legame diventa autentico nella misura in cui è disposto a perdere e a perdersi nel mistero dell’altro.

L’amore che sgorga dal mistero di comunione di Dio non ha paura di accettare il conflitto e la divisione come tappe indispensabili per arrivare alla costruzione di legami non fondati sul possesso ma sulla condivisione. Il suo compimento nello spazio della nostra umanità avviene fuori dall’egoismo, dove l’altro è amato per quanto è capace di offrire, ma dentro il terreno della vera carità, che si nutre del desiderio di offrire all’altro il meglio in vista di una pienezza di vita. Una genuina attestazione di questo amore ci viene offerta dal cuore di Paolo, così libero da ogni forma di preoccupazione per se stesso da poter essere un grembo di disponibilità nei confronti di quanti stanno per essere battezzati nell’amore del Risorto:

«Fratelli, io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ha origine ogni discendenza in cielo e sulla terra, perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati nell’uomo interiore mediante il suo Spirito» (Ef 3,14-16).

L’intreccio delle letture proposte dalla liturgia di oggi ci consegna un’irrinunciabile profezia: solo ginocchia che sanno piegarsi possono sostenere mani capaci di gettare un amore ardente e libero, capace di affrontare ogni inevitabile divisione come momento di purificazione e di approfondimento. Non per trasformarci in persone insensibili alla fatica della comunione con l’altro, ma per liberare in noi la leggerezza del cuore e la fiducia in «colui che in tutto ha potere di fare molto più di quanto possiamo domandare o pensare, secondo la potenza che opera in noi» (3,20).

Cerca nei commenti

Resta sempre aggiornato!

Iscriviti alla nostra mailing list, riceverai gli ultimi commenti dei nostri autori direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Iscriviti

Verifica

Verifica di aver digitato correttamente il tuo indirizzo email, leggi e accetta la privacy policy, e premi sul pulsante "Invia" per completare l'iscrizione.

Invia

Annulla

Grazie!

La tua iscrizione è stata registrata correttamente.