Commento alla Liturgia

Venerdì della XXVIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ef 1,11-14

11In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati - secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà - 12a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo. 13In lui anche voi, dopo avere ascoltato la parola della verità, il Vangelo della vostra salvezza, e avere in esso creduto, avete ricevuto il sigillo dello Spirito Santo che era stato promesso, 14il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Vangelo

Lc 12,1-7

1Intanto si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda, e Gesù cominciò a dire anzitutto ai suoi discepoli: "Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l'ipocrisia. 2Non c'è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto. 3Quindi ciò che avrete detto nelle tenebre sarà udito in piena luce, e ciò che avrete detto all'orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze. 4Dico a voi, amici miei: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo e dopo questo non possono fare più nulla. 5Vi mostrerò invece di chi dovete aver paura: temete colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geènna. Sì, ve lo dico, temete costui. 6Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. 7Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!

Commento alla Liturgia

Il lievito dell'ipocrisia

Roberto Pasolini

Il crescere e l’accalcarsi della folla attorno a sé non incantano in alcun modo il Signore Gesù: «In quel tempo, si erano radunate migliaia di persone, al punto che si calpestavano a vicenda» (Lc 12,1). Per nulla accecato dall’improvvisa dilatazione dei numeri e del consenso attorno alla sua persona, Gesù preferisce convocare i discepoli per mettere in guardia proprio i suoi amici nei confronti di quegli idoli che abitano il cuore dell’uomo:

«Guardatevi bene dal lievito dei farisei, che è l’ipocrisia. Non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto» (12,1-2).

Il lievito è una sostanza che assolve il compito di far aumentare la massa del corpo che lo accoglie e lo assorbe. L’etimologia della parola è molto interessante e costringe a riflettere, perché fa riferimento al verbo “levare”, “alzare”. L’ipocrisia a cui Gesù allude è quel tentativo di gonfiare e di elevare il profilo della nostra personalità, per offrire agli altri un’immagine più rassicurante di noi stessi al “solo” prezzo di introdurre una scissione tra ciò che siamo dentro e ciò che appare fuori. Quando cediamo alla scorciatoia dell’ipocrisia, non possiamo che entrare nel pericoloso gioco del dover sempre sgonfiare un po’ gli altri, per poterci sentire un po’ più grandi e maggiormente visibili del loro pubblico profilo. Per questo il Signore Gesù ci mette in guardia, non solo dall’ipocrisia come forma di sdoppiamento tra quello che siamo dentro e quello che sembriamo fuori, ma anche come autorizzazione a coltivare l’abitudine di poter parlare male degli altri per sentirci un po’ meglio e, soprattutto, un po’ migliori di loro: «Ciò che avrete detto all’orecchio nelle stanze più interne sarà annunciato dalle terrazze» (12,3).

La parola del Vangelo entra come una spada dentro l’illusione dell’ipocrisia e contro la trappola della maldicenza, non certo allo scopo di incuterci timore, ma per farci comprendere come si possa affrontare concretamente la tentazione di rimanere vincolati al teatro – tragico – in cui si è sempre costretti a indossare la maschera dell’ipocrita:

«Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio [...] Non abbiate paura: valete più di molti passeri!» (12,6-7).

Se l’ipocrita ha continuamente bisogno di colpevolizzare e manipolare il mondo attorno a sé, per alimentare un gioco di specchi tutto a proprio favore, i passeri di cui parla Gesù sono invece l’immagine di quei piccoli che riescono a vivere senza l’assillo di dover essere continuamente guardati e ricordati. Ciò che rende possibile smettere di avere paura non è dunque la certezza di essere corrispondenti a un’immagine, ma esattamente il contrario: la rinuncia a voler apparire a ogni costo diversi da quello che si è e che la vita consente di essere, lasciando che la nostra realtà più profonda si manifesti senza alcuna fretta e senza alcuna vergogna, davanti allo sguardo di tutti:

«Fratelli, in Cristo siamo stati fatti eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – a essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo» (Ef 1,11-12).

Non serve e, soprattutto, non dura a lungo l’illusione di essere più di quello che siamo o diversi da quello che vorremmo essere. La salvezza inizia e continua sempre là dove i nostri contorni — cioè i nostri limiti — attendono di essere da noi accolti come occasione di incontro con Dio e di relazione con gli altri. I passeri che volano liberi e sereni nel cielo sono i maestri che il Vangelo oggi pone davanti al nostro cuore agitato e continuamente assetato di riconoscimento e di riconoscenza. Imitando la loro libertà possiamo anche noi diventare azzimi, leggeri e integri, come quel Pane spezzato in cui c’è fragranza di vita eterna «in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria» (Ef 1,14).

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