Commento alla Liturgia

Mercoledì della XXVIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Gal 5,18-25

18Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. 19Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c'è Legge. 24Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. 25Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.

Vangelo

Lc 11,42-46

42Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima sulla menta, sulla ruta e su tutte le erbe, e lasciate da parte la giustizia e l'amore di Dio. Queste invece erano le cose da fare, senza trascurare quelle. 43Guai a voi, farisei, che amate i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. 44Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo". 45Intervenne uno dei dottori della Legge e gli disse: "Maestro, dicendo questo, tu offendi anche noi". 46Egli rispose: "Guai anche a voi, dottori della Legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!

Commento alla Liturgia

Lasciarsi guidare

Roberto Pasolini

L’avvio della liturgia odierna potrebbe essere inteso come un discorso tutto a sfavore di una certa mentalità religiosa, ancora chiusa dentro lo schematismo di norme e regole da rispettare con cura. Con il suo stile provocatorio e risoluto, Paolo sembra rivolgere un preciso invito ad affrancarsi da un modo troppo formale di assumere la relazione con Dio, per diventare spiritualmente più maturi e creativi:

«Fratelli, se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge» (Gal 5,18).

In realtà, l’apostolo, più che denunciare i limiti della Legge di Mosè, intende promuovere quella straordinaria esperienza di “libertà interiore” che i discepoli del Risorto possono identificare con un modo di sentire, valutare e agire liberamente consegnato alla signoria di Cristo attraverso il dono interiore dello Spirito.

Il cammino della Chiesa – così come la storia dell’umanità – conosce sempre la necessità di recuperare percorsi di vita, personali e comunitari, meno imbrigliati nei dedali di un legalismo fine a se stesso e maggiormente guidati da grandi ispirazioni, capaci di offrire un incremento di umanità e di felicità per tutti. Mentre l’osservanza delle regole è spesso un’esperienza arida e sterile, un approccio più “spirituale” e profondo alle cose sembra offrire la possibilità di giungere a un orizzonte più promettente e fecondo:

«Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (5,22).

Lo sguardo di Paolo, tuttavia, non si limita a cogliere quanta vita possa sgorgare dalla nostra umanità redenta, quando ci lasciamo ammaestrare con libertà dal soffio interiore dello Spirito. La sua lucida analisi non trascura di individuare e nominare con precisione anche quella ragnatela di fallimenti e di meschinità di cui siamo vittime quando non vigiliamo sufficientemente su tutte quelle passioni interiori capaci di distoglierci dal nostro desiderio profondo:

«Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere» (5,19-20).

La tensione tra i due orizzonti indicati dall’apostolo non è affatto quella tra Legge e Spirito, ma tra lo Spirito e la carne, cioè la nostra mentalità egoistica e individualista che, proprio dallo “spirito” della Legge trae forza e motivazione. Si pone così un’alternativa tra una vita autenticamente in relazione con la vita trinitaria e una, invece, ancora concentrata sul nostro volto e sulle nostre forze. Ecco perché il frutto dello Spirito viene espresso al singolare — come una sorgente — mentre le opere della carne vengono declinate al plurale — come una serie di tentativi di star bene, incapaci di giungere a maturazione.

Il Signore Gesù nel vangelo denuncia apertamente il grave rischio di una fedeltà a Dio che non sappia portare il frutto di un autentico incremento di vita, per sé e per gli altri: «Guai a voi, perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo» (Lc 11,44). La Legge di Dio – che è «l’amore» (11,42) – vuole sollevare tutti i figli di Dio, senza sovraccaricarli inutilmente di «pesi insopportabili», che nessuno vuole toccare «nemmeno con un dito» (11,46). A meno che la nostra volontà non sia ormai liberamente consegnata alla grazia di una vita nuova, in cui non si vive più per se stessi perché si è capaci di non considerarsi più appartenenti a se stessi soltanto: «Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri» (Gal 5,24). Solo a partire da questo santo e felice esodo da noi stessi, possiamo riprendere insieme a tutti il sentiero di una vita che procede con grande naturalezza verso il volto del Padre:

«Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito» (5,25).

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