Commento alla Liturgia

Venerdì della XXXIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 10,8-11

8Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: "Va', prendi il libro aperto dalla mano dell'angelo che sta in piedi sul mare e sulla terra". 9Allora mi avvicinai all'angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: "Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele". 10Presi quel piccolo libro dalla mano dell'angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l'ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l'amarezza. 11Allora mi fu detto: "Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni, lingue e re".

Vangelo

Lc 19,45-48

45Ed entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano, 46dicendo loro: "Sta scritto: La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri". 47Ogni giorno insegnava nel tempio. I capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano di farlo morire e così anche i capi del popolo; 48ma non sapevano che cosa fare, perché tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell'ascoltarlo.

Commento alla Liturgia

Piccolo libro

MichaelDavide Semeraro

Veniamo a scoprire che il libro sigillato, già motivo di lacrime per il veggente di Patmos, angosciato dal fatto che nessuno sembrava avere le qualità per aprirlo e leggerne il contenuto, non è che un «piccolo libro» (Ap 10,9.10). Il fatto di essere «piccolo» permette al veggente di poterlo mangiare e di poterci trasmettere le sensazioni da lui sperimentate in questo atto che sembra così necessario:

«Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (10,10).

La Parola di Dio contenuta nelle Scritture o apre a una reale e “sensuale” esperienza di relazione tra la creatura e il Creatore, oppure resta lettera morta e rischia di non avere in realtà nessun valore. Un grande studioso e soprattutto innamorato lettore delle Scritture affermava, introducendo un suo lavoro che rimane un pilastro dell’esegesi contemporanea: «Ho preso l’andatura di un’esposizione che si apre il cammino percorrendo tutta la Bibbia, come se una foresta, un paese esistessero solo se attraversati, come se la Bibbia esistesse solo se letta, da un viandante che comprime il suo desiderio di vedere tutto con quello di andare più lontano» (P. BEAUCHAMP, L’un et l’autre Testament, Seuil, Paris 1976, p. 9). Rendendo omaggio alla ricerca biblico-spirituale di Paul Beauchamp, il filosofo Paul Ricoeur scriveva: «Sembra che sia il significato teologico della Parola a salvare la scrittura dal cedere al fascino del nulla e rimettere l’uomo che scrive e legge sulla linea dalla morte alla vita, che era quella della parola ingenua» (P. RICOEUR, <Accomplir les Ecritures selon Paul Beauchamp> in L’un et l’autre Testament, Médiasèvres, Paris 1996, II, p. 16).

Alla luce di queste suggestioni esegetiche, possiamo dire prima di tutto che abbiamo sempre accesso a ciò che è più grande attraverso la porta di ciò che è più piccolo e che solo un contatto interiore e intimo con il senso profondo della Parola di Dio ci permette di sentirne tutta la forza e tutta l’esigenza. Quando l’evangelista Luca annota che

«tutto il popolo pendeva dalle sue labbra nell’ascoltarlo» (Lc 19,48)

possiamo intuire come la gente semplice sappia discernere nelle parole del Signore Gesù quella «parola ingenua» che è capace di toccare fino a trasformare la vita sin dalle sue radici. La forza ingenua di questa parola che incontra l’accoglienza dei poveri non può che creare l’opposizione dei potenti, i quali «cercavano di farlo morire» (19,47). Ogni volta che ci apriamo all’incontro con Dio, dobbiamo scegliere se lasciarci toccare intimamente fino a lasciarci trasformare oppure chiuderci alla nutrizione della nostra vita interiore. Il «piccolo libro» è ciò che ci dà accesso al nostro piccolo tempio interiore ove possiamo vivere un autentico rapporto con Dio, segnato dalla logica del dono e della condivisione, per evitare che persino il tempio si trasformi in un «covo di ladri» (19,46).

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