Commento alla Liturgia

Sabato della XXVII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Gal 3,22-29

22la Scrittura invece ha rinchiuso ogni cosa sotto il peccato, perché la promessa venisse data ai credenti mediante la fede in Gesù Cristo. 23Ma prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva essere rivelata. 24Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo, perché fossimo giustificati per la fede. 25Sopraggiunta la fede, non siamo più sotto un pedagogo. 26Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, 27poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo. 28Non c'è Giudeo né Greco; non c'è schiavo né libero; non c'è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. 29Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa.

Vangelo

Lc 11,27-28

27Mentre diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!". 28Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!".

Commento alla Liturgia

Piuttosto

Roberto Pasolini

L’esclamazione di quella donna che interrompe il Signore Gesù proprio nel bel mezzo di un suo discorso, è più che condivisibile.

«Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato» (Lc 11,27).

Quanto è spontaneo e facile riconoscere fuori da noi stessi — dai nostri doni e dalla nostra storia — situazioni migliori di quella in cui noi ci troviamo. Lo facciamo continuamente, volgendo lo sguardo a destra e sinistra e operando paragoni e raffronti con chi ci sembra indossare i vestiti migliori, quelli che vorremmo anche noi addosso. Non sempre lo facciamo con invidia e bramosia. Del resto nemmeno questa donna anonima pare esprimersi con evidente gelosia. Tuttavia, il momento in cui corriamo il rischio di perdere di vista la nostra personale felicità, diventa per il Signore occasione di lapidari e profondi insegnamenti.

«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (11,28) .

Il verbo greco (φυλάσσω) che designa l’atteggiamento che deve succedere all’ascolto non fa riferimento tanto al fare, al mettere in pratica, ma piuttosto al «custodire», al «fare buona guardia». Si tratta di quell’atteggiamento richiesto e necessario ai pastori (cf. Lc 2,8) affinché il gregge non si perda o venga rapito da ladri e briganti. C’è un livello del cuore — dove si gioca molta della nostra vita — in cui è necessario che impariamo a dimorare con pazienza e occhi ben aperti, in guardia ma senza alcuna aggressività. È il luogo dove non siamo inferiori a nessuno, ma uguali a ogni altro fratello e sorella in umanità. Il posto dove impariamo a sentirci chiamati a cose grandi, alla comunione con Dio.

Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 2,28).

Questo è ciò che piuttosto dovremmo considerare, quando smarriamo la coscienza di essere unici e profondamente amati. Per non correre il rischio di restare prigionieri della Legge, dopo essere finalmente entrati nella libertà dello Spirito.

Se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa (2,29).

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