Commento alla Liturgia

Martedì della XXIX settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ef 2,12-22

12ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. 13Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. 14Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia, per mezzo della sua carne. 15Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, 16e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l'inimicizia. 17Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. 18Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. 19Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d'angolo lo stesso Cristo Gesù. 21In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.

Vangelo

Lc 12,35-38

35Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese; 36siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. 37Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. 38E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell'alba, li troverà così, beati loro!

Commento alla Liturgia

Quelli che aspettano

Roberto Pasolini

Le attese, talvolta, sono momenti lunghissimi e interminabili. Qualche volta poi sono anche odiose e snervanti. Soprattutto quando le dobbiamo vivere con il cuore in sospeso, perché siamo ancora in attesa che i nostri desideri più profondi possano trovare compimento. Spesso le attese diventano persino estenuanti, quando riescono a svuotare quella dispensa di pazienza e di fiducia con cui, di solito, riusciamo ad attraversare i deserti della nostra realtà quotidiana. Le attese sono capaci di consumare e di logorare la speranza di cui il nostro cuore è sempre così bisognoso, quando si offrono alla nostra sensibilità come momenti in cui è differito o negato ciò che attendiamo con ansia. Eppure, nel vangelo di oggi, il Signore Gesù non trova immagine più adeguata a illustrare la vita del discepolo se non descrivendolo come qualcuno capace di fare dei tempi di attesa uno spazio di preparazione e di vita:

«Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprono subito» (Lc 12,36).

In realtà, ogni tempo di attesa è un’occasione di discernimento, in cui possiamo approfondire le ragioni – e le regioni – del nostro cuore, fino a cogliere sia le luci sia le ombre che cospirano per imbastire la carne dei nostri desideri più ostinati. Il problema dell’attesa, infatti, non è tanto la sua lunghezza o la sua indeterminatezza, ma il motivo per cui siamo disposti ad assumerla come uno spazio di creatività, pronti ad accoglierne anche le necessarie mancanze e gli inevitabili disagi. Quando Labano, per esempio, domanda a Giacobbe di attendere (e lavorare per lui) sette anni prima di sposare la bella Rachele, quei giorni «gli sembrarono pochi, tanto era il suo amore per lei» (Gen 29,20). L’attesa, al contrario, è avvertita come un carico pesante e fastidioso quando non è colma né di desiderio né di dolce speranza per ciò che sta per accadere. Per illustrare la novità inaugurata dalla venuta del Regno nella sua stessa persona, il Signore Gesù sfida il cuore del nostro itinerario discepolare per verificare in che misura stiamo diventando otri nuovi capaci di accogliere la gioia scandalosa dell’Incarnazione:

«Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (12,37).

Un Dio a nostro servizio, un Signore inginocchiato ai nostri piedi: questo è il passato, il presente e il futuro meraviglioso sul quale facciamo fatica a tenere fisso lo sguardo. Eppure non esiste altro — davvero nient’altro — che può consolare e colmare il nostro cuore, se non la prospettiva di un amore sicuro e fedele, disposto a offrire tutto – persino il sangue – per noi e per la nostra salvezza. Solo un amore così intenso e così universale è in grado di raggiungerci come buona notizia, in qualsiasi fermata ci troviamo ad aspettare il prossimo autobus in direzione di una vita felice e piena. L’apostolo Paolo sembra indicare l’esperienza dove potrebbe radicarsi la possibilità di ricadere nel sonno – o peggio ancora nell’incubo – di una vita orfana e schiava, anche dopo essere diventati figli della luce attraverso l’immersione nel mistero pasquale di Cristo:

«Fratelli, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12).

Senza la memoria di una lontananza da Dio, cioè di una comprensione personale dell’amarezza del peccato, la notizia di un suo ritorno, come amico e come sposo, potrebbe anche trovarci stanchi o indolenti. Al contrario, la memoria custodita e condivisa con i fratelli e le sorelle nella fede non può che accrescere il desiderio di vivere l’attesa come uno spazio in cui protenderci verso colui che non ci vede più come «stranieri né ospiti», ma come «santi e familiari», in Cristo Gesù:

«per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito» (2,18).

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Il sostantivo rende un termine che in greco (οἰκεῖος) indica una relazione molto stretta, intima, come quella di chi possiede ormai le chiavi di casa di una persona con cui vive un rapporto di speciale appartenenza reciproca.

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