Commento alla Liturgia

Lunedì della XXXIV settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 14,1-3.4b-5

1E vidi: ecco l'Agnello in piedi sul monte Sion, e insieme a lui centoquarantaquattromila persone, che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo. 2E udii una voce che veniva dal cielo, come un fragore di grandi acque e come un rimbombo di forte tuono. La voce che udii era come quella di suonatori di cetra che si accompagnano nel canto con le loro cetre. 3Essi cantano come un canto nuovo davanti al trono e davanti ai quattro esseri viventi e agli anziani. E nessuno poteva comprendere quel canto se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra. 4Sono coloro che non si sono contaminati con donne; sono vergini, infatti, e seguono l'Agnello dovunque vada. Questi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l'Agnello. 5Non fu trovata menzogna sulla loro bocca : sono senza macchia.

Vangelo

Lc 21,1-4

1Alzàti gli occhi, vide i ricchi che gettavano le loro offerte nel tesoro del tempio. 2Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine, 3e disse: "In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. 4Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere".

Commento alla Liturgia

Redenti

Roberto Pasolini

Se il succedersi delle cose e degli eventi in questo mondo assomiglia spesso a una liturgia monotona e prevedibile, dove non accade quasi mai nulla di veramente nuovo, il libro dell’Apocalisse ci assicura che nel santuario del cielo c’è invece un respiro di grandi novità per ogni vita che si trova attorno alla presenza di Dio:

«Io, Giovanni, vidi: ecco l’Agnello in piedi sul monte Sion […]. La voce che udii era come quella di suonatori di cetra che si accompagnano nel canto con le loro cetre. Essi cantavano come un canto nuovo davanti ai quattro esseri viventi e agli anziani» (Ap 14,1.2-3).

Coloro ai quali la Pasqua di Gesù ha definitivamente rinnovato la vita e assegnato un altro nome vengono qualificati attraverso una potente immagine musicale, come persone talmente convertite alla logica dell’amore più grande da sapere intonare «un canto nuovo» con la loro stessa esistenza. Ascoltare una nuova canzone è un’esperienza che conosciamo tutti molto bene. Si tratta di una sensazione unica, nella quale ci accade non solo di imbatterci in qualcosa di inedito, ma anche di percepire in noi qualche sfumatura interiore di cui non eravamo ancora consapevoli. La descrizione del veggente di Patmos si arricchisce di un misterioso dettaglio in cui si precisa questa sintonia profonda tra il canto nuovo intonato dai redenti e la loro sensibilità interiore, ormai definitivamente plasmata dalla logica del Vangelo:

«E nessuno poteva comprendere quel canto se non i centoquarantaquattromila, i redenti della terra» (14,3); essi sono coloro che «seguono l’Agnello dovunque vada» (14,4).

Nel minuscolo Vangelo di oggi vediamo come tutto questo non sia solo una raffigurazione apocalittica e poetica per raccontare l’indicibile scenario del Regno di Dio, ma una concreta realtà di cui possiamo fare esperienza già in questo mondo. Dopo aver osservato alcuni «ricchi» accostarsi al tempio di Dio con il «loro superfluo» (Lc 21,4), il Signore Gesù si stupisce di fronte al gesto di una vedova, riconoscendo in esso la stessa novità di cui parlerà il libro dell’Apocalisse: «Vide anche una vedova povera, che vi gettava due monetine» (21,2).

Senza poterlo sapere, la vedova povera anticipa il canto d’amore dell’Agnello di Dio, prefigurando con la sua generosa offerta il mistero pasquale di Cristo. Scegliendo di non tenere nulla per sé e di gettare nel tesoro del tempio tutte e due le «monetine» che aveva in tasca, questa donna ricorda ai discepoli di ogni tempo che la vita diventa un canto veramente nuovo solo quando è liberamente e pienamente restituita:

«In verità vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato più di tutti. Tutti costoro, infatti, hanno gettato come offerta parte del loro superfluo. Ella invece, nella sua miseria, ha gettato tutto quello che aveva per vivere» (21,3-4).

Il nostro essere creature bisognose e povere può diventare, alla luce del mistero dell’Incarnazione, il luogo più autentico da cui attingere una rinnovata capacità di vivere non per noi stessi ma per stabilire relazioni di amore e di solidarietà con gli altri. Dalla cultura e dall’inganno del «superfluo» si può uscire solo recuperando un desiderio di vita pieno e generoso, imparando a non consegnare solo occasionalmente e parzialmente quello che siamo. Redenti e credenti lo siamo, secondo il Vangelo, solo quando siamo disposti a non mentire più sulla grande responsabilità di fare della nostra vita un’offerta sincera e integra, per poter seguire «l’Agnello dovunque vada» (14,4). La felicità non consiste nel riempire gli infiniti — e mai finiti — vuoti che ci portiamo dentro, ma nel saperci spendere e donare, «insieme a lui» (Ap 14,1), che «ha gettato» (Lc 21,4) la sua divinità nella tenda della nostra umanità, facendoci diventare «i redenti della terra» (Ap 14,3). Non le persone migliori, ma le uniche capaci di testimoniare la verità del «Padre» (14,1):

«Non fu trovata menzogna sulla loro bocca: sono senza macchia» (14,5).

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