Commento alla Liturgia

Giovedì della XXXIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Ap 5,1-10

1E vidi, nella mano destra di Colui che sedeva sul trono, un libro scritto sul lato interno e su quello esterno, sigillato con sette sigilli. 2Vidi un angelo forte che proclamava a gran voce: "Chi è degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli?". 3Ma nessuno né in cielo, né in terra, né sotto terra, era in grado di aprire il libro e di guardarlo. 4Io piangevo molto, perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo. 5Uno degli anziani mi disse: "Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli". 6Poi vidi, in mezzo al trono, circondato dai quattro esseri viventi e dagli anziani, un Agnello, in piedi, come immolato; aveva sette corna e sette occhi, i quali sono i sette spiriti di Dio mandati su tutta la terra. 7Giunse e prese il libro dalla destra di Colui che sedeva sul trono. 8E quando l'ebbe preso, i quattro esseri viventi e i ventiquattro anziani si prostrarono davanti all'Agnello, avendo ciascuno una cetra e coppe d'oro colme di profumi, che sono le preghiere dei santi, 9e cantavano un canto nuovo: "Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, 10e hai fatto di loro, per il nostro Dio, un regno e sacerdoti, e regneranno sopra la terra".

Vangelo

Lc 19,41-44

41Quando fu vicino, alla vista della città pianse su di essa 42dicendo: "Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace! Ma ora è stato nascosto ai tuoi occhi. 43Per te verranno giorni in cui i tuoi nemici ti circonderanno di trincee, ti assedieranno e ti stringeranno da ogni parte; 44distruggeranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata".

Commento alla Liturgia

Visitati

Roberto Pasolini

Il vangelo di Luca ci fa seguire molto da vicino e con grande partecipazione emotiva l’ingresso di Gesù nella città santa di Gerusalemme. Attraverso la scelta di Incarnazione sembra che Dio non abbia voluto lasciare nessuna dimensione della nostra esperienza umana fuori dallo spettro della sua compassione e della sua fedeltà. Proprio alla vigilia della sua passione, Gesù scoppia in pianto nel suo approssimarsi a Gerusalemme, città simbolo del nostro destino, ma anche della nostra ostinata chiusura all’incontro con Dio e al dono della sua misericordia:

«In quel tempo, Gesù, quando fu vicino a Gerusalemme, alla vista della città pianse su di essa dicendo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, quello che porta alla pace!”» (Lc 19,41-42).

Le lacrime, quando sono libere di scendere dagli occhi, non possono mai essere giudicate inopportune o puerili. La capacità di piangere, al contrario, attesta una modalità molto naturale di saper entrare in relazione con se stessi e con il mondo quando la sofferenza si impone come esperienza ineludibile. Sono un linguaggio potente per dire l’indicibile e per dire se stessi senza doversi né capire, né spiegare. Piangere è, più semplicemente, quanto ci accade quando la realtà smette di essere il luogo dove si avverano i nostri desideri, ma diventa un libro chiuso e sigillato davanti al quale essi si infrangono:

«Io piangevo molto, perché non fu trovato nessuno degno di aprire il libro e di guardarlo» (Ap 5,4).

Le lacrime del Signore Gesù non sgorgano solo dal dolore per il nostro peccato o dal rammarico per la nostra sorda indifferenza nei confronti della sua parola di verità. Sono anche il frutto della compassione per la nostra umanità, così sigillata e chiusa di fronte all’orizzonte della vita eterna nell’amore. Proprio a causa di queste lacrime — versate per noi e su di noi — possiamo entrare in un rapporto libero e redento con la nostra debolezza. Avendo conosciuto il nostro peccato e la fragilità della nostra carne umana, nel santuario del cielo il Signore Gesù è ormai «un Agnello, in piedi, come immolato» (5,6) che resta davanti al Padre con cuore risolutamente a nostro favore. Il frutto che riceviamo da questa intercessione d’amore non è solo la libertà di poterci manifestare per quello che siamo, anche quando ciò non coincide con la convenienza delle circostanze in cui ci troviamo o con le aspettative degli altri. Grazie alle lacrime e al sangue di Cristo siamo anche liberi di smettere di piangere, quando riusciamo a credere che la nostra esistenza non sia un libro privo di trama o segnato da un finale tragico:

«Non piangere; ha vinto il leone della tribù di Giuda, il Germoglio di Davide, e aprirà il libro e i suoi sette sigilli» (5,5).

Sapere che esiste qualcuno capace non solo di aprire, ma persino di leggere le pagine della nostra vita guardandole tutte con occhi di tenerezza e di compassione è davvero un motivo per non indugiare troppo a lungo in qualsiasi tristezza possiamo trovarci. Dio è capace di aprire il libro della nostra storia e di rompere i sigilli che ne tengono ancora oscuro il senso perché ci ama profondamente e personalmente. L’amore è l’unica forma di conoscenza adeguata a cogliere tutto il mistero dell’altro, dentro e oltre ogni lacrima. Di fronte a questo amore possiamo imparare a riconoscere «il tempo» presente come un’occasione di essere visitati dalla salvezza di Dio, per poterne diventare gioiosi interpreti e cantori:

«Tu sei degno di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue, uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione» (5,9).

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