Commento alla Liturgia

Mercoledì della II settimana di Avvento

Prima lettura

Is 40,25-31

25"A chi potreste paragonarmi, quasi che io gli sia pari?" dice il Santo. 26Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e le chiama tutte per nome; per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuna. 27Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: "La mia via è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio"? 28Non lo sai forse? Non l'hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. 29Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. 30Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; 31ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Vangelo

Mt 11,28-30

28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

Commento alla Liturgia

Umili e miti

Luigi Maria Epicoco

 “Venite a me, voi tutti”. Gesù non invita solo chi se lo merita, invita tutti. Non dovremmo mai dimenticare che nessuno è mai escluso dalla proposta che Gesù fa all’uomo. Tutte le volte che parzializziamo l’annuncio del vangelo a un gruppo ristretto di eletti, di meritevoli, snaturiamo la missione universale che Gesù è venuto a compiere. Per questo prosegue specificando che in quei tutti ci sono “gli affaticati e gli oppressi”. Quelli affaticati sono quelli che sentono la stanchezza e la fatica che viene dall’osservanza della Legge, gli oppressi sono quelli che proprio perché non seguono la Legge vivono la vita da schiacciati, con un peso insopportabile. “Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime”. Il giogo è un attrezzo che permette all’animale di canalizzare le sue energie affinché porti risultato, come ad esempio arare la terra. Prendere sulle nostre spalle il giogo di Cristo significa avere qualcosa che ci aiuta a canalizzare le energie che ci portiamo dentro affinché portino un frutto, un senso, un risultato. Se invece un’energia non trova un modo per essere canalizzata, allora diventa spreco o molto spesso energia autodistruttiva, che ferisce, fa male, ingombra la vita. E la lezione che dobbiamo fondamentalmente imparare è quella dell’umiltà e della mitezza. L’umile ha un atteggiamento accogliente, non vive in difensiva, ma vive in maniera affidata. Chi è umile confida, si lascia condurre, non fa resistenza. Il mite è uno che sa usare la forza senza farla diventare violenza, ma tenendola in un atteggiamento di dolcezza, di tenerezza. Il mite è il più forte di tutti perché sa rimanere in piedi davanti alle avversità, non prestando il fianco alla logica del male che si nutre di “azione/reazione”, ma sa vincere il male con il bene. Ma questo tipo di umiltà e di mitezza si possono imparare solo da Cristo e non sono frutto di una tecnica, ma solo di una relazione con Chi già lo è per definizione.

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Questo termine πραΰς (praùs) è proprio solo di Matteo in tutto il Nuovo Testamento, se si esclude una occorrenza in 1Pt 3,4. La mitezza è presentata come una beatitudine (Mt 5,5) e come una caratteristica peculiare di Gesù. Esplicito il richiamo alla descrizione del re messianico fatta dal profeta Zaccaria (21,5), che Matteo cita al momento dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme subito prima della Passione. Mitezza e umiltà erano infatti le prerogative del Messia atteso nella tradizione ebraica, che riferisce queste qualità anche a Mosè. L’immagine del ζυγός (zugòs), strumento ben noto alle antiche attività agricole, nella letteratura neotestamentaria assume essenzialmente un senso figurato, in riferimento al peso della schiavitù oppure, come in questo caso, interpretato come il peso dell’osservanza della Legge, che nella tradizione giudaica l’ebreo accettava di portare per servire Dio. Gesù può definirlo “dolce” e “leggero” perché lui stesso si offre di condividerlo.

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