Quel grido potente che Dio ascolta

Es 2,23-25

Es 2,23-25

23Dopo molto tempo il re d'Egitto morì. Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. 24Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. 25Dio guardò la condizione degli Israeliti, Dio se ne diede pensiero.

Commento alla Lettura

Quel grido potente che Dio ascolta

Sui passi dell'Esodo

Rosanna Virgili

«Gli Israeliti gemettero per la loro schiavitù, alzarono grida di lamento e il loro grido dalla schiavitù salì a Dio. Dio ascoltò il loro lamento, Dio si ricordò della sua alleanza con Abramo, Isacco e Giacobbe. Dio guardò la condizione degli israeliti, Dio se ne diede pensiero» (Esodo 2, 23-25).

Questi tre versetti segnano l’inizio della grande avventura dell’uscita dall’Egitto e della sua lunga narrazione, non solo accompagnata dal libro dell’Esodo ma da tutti i successivi libri canonici del Pentateuco.

Dai quattro verbi che declinano le azioni qui compiute prende avvio la grande “epica” biblica della storia della salvezza. Tutto comincia con un grido! Il verbo che rompe il silenzio sulla schiavitù, sull’oppressione, sull’abodah di quel popolo che si stava estinguendo sulla Terra; di quel fenomeno umano di “biodiversità” che – come dice la Laudato si’ – stava per essere scartato e reso, come molti altri, spazzatura della regione allora più ricca del mondo.

A levare quel lamento il popolo superstite alla morte dei maschi, le donne ebree, i bambini, i vecchi, i malati, che dovettero impegnare tutta la forza residua di chi matura nell’impotenza l’ultima speranza: un aiuto dal Cielo. Dio udì quel grido che era lamento, lacrime, delirio di dolore e solitudine e volle prendersi cura di loro. Il primo atto di salvezza fu quell’«ascoltare», quell’«immischiarsi». Dopo quel gesto, per sempre, Israele lo definirà: il “Giusto”. Dio è giusto perché ascolta il grido che sale dagli inferi dell’esperienza umana e se ne prende cura.

Non è la prima volta che, nella Bibbia, Dio scende dal cielo perché ha sentito un grido. C’è stato un altro giorno, all’inizio della storia di Genesi, in cui il sangue di un uomo ucciso gridò a Dio dalla terra! (cf Gen 4,10). La voce del sangue versato per mano di un uomo su un uomo, di un fratello su un fratello. La terra chiede ragione, si indigna, si strazia, costretta a bere il sangue di una sua creatura. E chiama Dio che gliel’ha dato in dono come germoglio di pioggia. La Sua risposta non si fa aspettare ed Egli scende a chiamare Caino. «Dov’è tuo fratello?», lo interroga. Ma Caino non è il “custode” di suo fratello. Ne è, invece, il carnefice. All’origine del grido dell’umanità è la mancanza di fraternità.

Anche Gesù, condotto sulla Croce dai suoi stessi fratelli, «emise un forte grido» come ultima denuncia della malvagità e dell’ingiustizia (cf Mc 15,37). Ma come il terzo giorno Gesù fu risorto, così Israele fu liberato dalla morte dal Dio dell’Esodo. Egli si ricordò dei padri del suo popolo cui aveva giurato eterna fedeltà, riportò al cuore quel debito d’amore antico e vivente. Volle guardare in faccia la sua miseria, le sue rughe, i segni delle vessazioni subite, della violenza, dell’esclusione dai diritti umani e civili.

Il Dio del settimo cielo si fece accanto alla gente dei vicoli più scuri delle periferie metropolitane dell’antico Egitto. Egli si rese conto che da soli non avrebbero mai potuto farcela. Decise di conoscere il loro destino legandosi a esso, mettendosi a camminare col peso che portavano nei piedi e negli occhi. Aprì un sogno dinanzi alle ciglia, un risveglio di futuro migliore, liberato, felice. Questa “missione” di Dio chiede di continuare anche oggi.

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