Commento alla Liturgia

Mercoledì della II settimana di Avvento

Prima lettura

Is 40,25-31

25"A chi potreste paragonarmi, quasi che io gli sia pari?" dice il Santo. 26Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e le chiama tutte per nome; per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuna. 27Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: "La mia via è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio"? 28Non lo sai forse? Non l'hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. 29Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. 30Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; 31ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Vangelo

Mt 11,28-30

28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

Commento alla Liturgia

Attendere... l'intelligenza

MichaelDavide Semeraro

Le parole del profeta Isaia ci parlano certo di Dio, ma, in realtà, ci parlano di noi e lo fanno in modo così profondo da essere persino alquanto rivoluzionario:

«Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile» (Is 40,29).

Davanti a una parola come questa, forse ci verrebbe da pensare che l’Altissimo si disinteressi delle nostre fatiche e dei nostri patimenti. Al contrario, l’intelligenza di Dio fa tutt’uno con il suo amore che si china continuamente sulla nostra fragilità e, più che risolverla, la assume trasfigurandola fin dalle radici, tanto da farsene teneramente carico:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28).

Se l’intelligenza di Dio si rivela nella sua capacità e volontà di farsi carico della nostra debolezza per consolarci di ogni nostra povertà col fatto di conferire una dignità intoccabile a ogni nostra esperienza umana, di conseguenza si apre davanti a ciascuno di noi un lungo cammino di conversione per assumere la stessa intelligenza nei confronti della vita e diventare capaci di essere un «ristoro» per quanti faticano, ogni giorno, a trovare un senso alle proprie fatiche e a sopravvivere alle proprie umiliazioni.

Il «ristoro» che ci è dato di trovare nell’inenarrabile accoglienza che possiamo trovare nel cuore di Dio si fa esortazione a entrare, a nostra volta, in una logica non solo nuova, ma persino radicalmente rivoluzionaria:

«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (11,29).

In pochissimi versetti siamo messi di fronte a una necessaria evoluzione interiore: il «ristoro» che viene donato in modo gratuito e unilaterale diventa il «ristoro» che siamo chiamati a trovare attraverso delle scelte di orientamento radicale della nostra vita, attraverso la libera scelta di assumere il «giogo» del Vangelo, fino a imparare – e in certo modo a patire – la logica dell’incarnazione che, assunta dal Verbo, diventa per noi una vita nuova e vivente. Le ultime parole del Signore hanno tutto il sapore del balsamo e della consolazione:

«Il mio giogo infatti è dolce e il peso leggero» (Mt 11,30).

Il cammino dell’Avvento diventa così un processo interiore di «intelligenza» (Is 40,28) che segna e trasforma radicalmente tutta la nostra vita non perché la muta, ma perché ci permette di guardarla da un punto di vista non solo diverso, ma radicalmente più ampio. Il Signore ci chiede di osare la prossimità con Lui sapendo rischiare la compagnia con tutti coloro che sono oppressi fino a sembrare schiacciati da un peso che li appiattisce, fino a renderli tutt’uno con la terra. Mentre prepariamo i nostri presepi, si apre il corteo dei senza speranza, dei senza tetto, dei senza affetto, dei senza lavoro che pure ritrovano – insieme – il coraggio di rimettersi a camminare verso una meta condivisa. In questo corteo di umanità che si mette in marcia per incontrare il volto di un Dio che si fa sorriso sereno e sguardo accogliente non manca niente, non manca nessuno: c’è chi porta il peso della delusione, del tradimento, della menzogna, della vergogna. Eppure tutto questo può essere ricompreso con una intelligenza d’amore che sa risanare le ferite fino a guarire la speranza e risuscitare il desiderio:

«Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato» (Is 40,29).

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Questo termine πραΰς (praùs) è proprio solo di Matteo in tutto il Nuovo Testamento, se si esclude una occorrenza in 1Pt 3,4. La mitezza è presentata come una beatitudine (Mt 5,5) e come una caratteristica peculiare di Gesù. Esplicito il richiamo alla descrizione del re messianico fatta dal profeta Zaccaria (21,5), che Matteo cita al momento dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme subito prima della Passione. Mitezza e umiltà erano infatti le prerogative del Messia atteso nella tradizione ebraica, che riferisce queste qualità anche a Mosè. L’immagine del ζυγός (zugòs), strumento ben noto alle antiche attività agricole, nella letteratura neotestamentaria assume essenzialmente un senso figurato, in riferimento al peso della schiavitù oppure, come in questo caso, interpretato come il peso dell’osservanza della Legge, che nella tradizione giudaica l’ebreo accettava di portare per servire Dio. Gesù può definirlo “dolce” e “leggero” perché lui stesso si offre di condividerlo.

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