Commento alla Liturgia

Venerdì della II settimana di Avvento

Prima lettura

Is 48,17-19

17Dice il Signore, tuo redentore, il Santo d'Israele: "Io sono il Signore, tuo Dio, che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare. 18Se avessi prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume, la tua giustizia come le onde del mare. 19La tua discendenza sarebbe come la sabbia e i nati dalle tue viscere come i granelli d'arena. Non sarebbe mai radiato né cancellato il suo nome davanti a me".

Vangelo

Mt 11,16-19

16A chi posso paragonare questa generazione? È simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: 17"Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!". 18È venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: È indemoniato. 19È' venuto il Figlio dell'uomo, che mangia e beve, e dicono: "Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori". Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie".

Commento alla Liturgia

Attendere... la strada

MichaelDavide Semeraro

Il tempo di Avvento è naturalmente legato al percorrere una strada che porti all’incontro con il Signore. Anzi, ancora più radicalmente, questo tempo di grazia ci ricorda quanto sia necessario aprire e intrattenere quella strada interiore che ci permette, giorno dopo giorno, non solo di mantenere, ma anche di approfondire la nostra relazione con Dio che sta a fondamento delle nostre relazioni con gli altri. Le parole che il Signore sussurra al nostro cuore, attraverso il profeta, ci richiedono una disponibilità rinnovata a camminare e a cambiare:

«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare» (Is 48,17).

Il testo evangelico ci mette in guardia da un certo infantilismo spirituale che può attentare alla nostra vita di discepoli, fino a farci perdere la direzione del cammino e la gioia del viaggio interiore che si rinnova ogni giorno. Le parole del Signore sono pronunciate su «questa generazione», la cui attitudine viene paragonata a dei «bambini» (Mt 11,16) che fanno fatica a mettersi in gioco, cedendo a una lamentela che maschera il loro disimpegno e, per molti aspetti, una invincibile indifferenza.

Mentre si rischia di contrapporre Giovanni a Gesù per mantenere intatte le proprie comodità, siamo invece chiamati a imparare sia da Gesù che da Giovanni, senza contrapporre inutilmente le loro attitudini, ma cercando di cogliere le indicazioni e le modalità che ci vengono da sensibilità diverse, alla cui scuola imparare a discernere la nostra attitudine più profonda senza continuare a rimandare all’infinito il nostro impegno nella storia e per la storia. La conclusione del Vangelo è lapidaria:

«Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per opere che essa compie» (Mt 11,19).

Laddove siamo tentati di teorizzare fino a lasciarci paralizzare dalle astrattezze, il Signore ci chiede di essere uomini e donne che ogni giorno si sanno mettere in cammino accettando la legge della strada: passo dopo passo accettare di conoscere e il cammino e la meta. Per vivere così è necessaria una grande libertà interiore che è prima di tutto libertà da se stessi e attenzione a ciò che la vita ci mette davanti come opportunità in ogni momento.

Non è raro che il nostro giudizio, spesso così disapprovante e amaro, è un modo sottile per mascherare la nostra fatica a metterci veramente in gioco, accettando non solo le regole del gioco, ma pure mettendo in conto qualche inevitabile sconfitta, che sarebbe meglio di ogni paralisi che ci faccia ripiegare su noi stessi:

«Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!» (Mt 11,18).

Diverso, assolutamente diverso, è l’atteggiamento descritto dal salmo: «nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte» (Sal 1,2). Questa meditazione assidua, che sposa le esigenze della Parola con le costrizioni della vita, ci permette di aggiustare noi stessi in relazione a Dio, per trovare la strada che ci conduce alla pace e alla salvezza, aprendoci la porta di una gioia spaziosa in cui tutti sono invitati e da cui nessuno è escluso.

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Affermando che la sapienza (di Dio) «è stata riconosciuta giusta» dalle sue opere, Gesù intende smascherare la velata accusa di ingiustizia che «questa generazione», cioè “ogni” generazione, rivolge a Dio. Sia le opere di Giovanni Battista, sia quelle di Gesù manifestano e testimoniano un Dio sapiente, che sa comprendere quando è il momento di piangere e quando è il momento di fare festa.

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