Commento alla Liturgia

Mercoledì della II settimana di Avvento

Prima lettura

Is 40,25-31

25"A chi potreste paragonarmi, quasi che io gli sia pari?" dice il Santo. 26Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e le chiama tutte per nome; per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuna. 27Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: "La mia via è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio"? 28Non lo sai forse? Non l'hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. 29Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. 30Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; 31ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi.

Vangelo

Mt 11,28-30

28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

Commento alla Liturgia

Senza affannarsi

Roberto Pasolini

Talvolta il nostro dolore ci sembra così grande e invincibile, che perdiamo di vista il contesto in cui il mistero della nostra vita, così come quella degli altri, è continuamente generata, custodita e accompagnata dalla grazia di Dio:

«Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? Egli fa uscire in numero preciso il loro esercito e le chiama tutte per nome; per la sua onnipotenza e il vigore della sua forza non ne manca alcuna» (Is 40,26).

Sollevare gli occhi nei momenti in cui ci sentiamo troppo vessati o trascurati nelle nostre afflizioni non è certo un’operazione agile da compiere. Eppure il Signore ci invita a compiere questo impegnativo approfondimento di sguardo non per mostrarsi insensibile alla nostra sofferenza, ma per evitare che iniziamo a misurare la sua capacità di offrire sollievo alla nostra esistenza con parametri inadeguati o condizionati dalle nostre esperienze: «A chi potreste paragonarmi, quasi che io gli sia pari?» (40,25).

Del resto, siamo abituati a prendere così sul serio quanto la nostra sensibilità ci restituisce da sentirci non solo in diritto di brontolare e mormorare continuamente, ma anche autorizzati a restituire – in forme più o meno evidenti – un po’ di quel male che avvertiamo scorrere dentro la nostra vita. Ci dimentichiamo che la nostra afflizione, anche quando è grande, resta piccola, perché è parte di un tutto a cui partecipiamo: la vita degli altri, il creato, la storia. Il Signore conosce questo lato umbratile del nostro cuore e, con amore, lo svela e lo salva:

«Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: “La mia via è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?” Non lo sai forse? Non l’hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra» (Is 40,27-28).

La sofferenza va distinta dal male. Non sempre alla radice di un dolore c’è un male, il quale è sempre invece all’origine di ogni sofferenza, patita o impartita. Il Signore Gesù non è venuto a togliere la sofferenza, ma a vincere il male, indicandoci l’unica strada attraverso cui esso può essere neutralizzato: con l’esercizio della condivisione fino alla compassione, con l’arte dell’amore fino al perdono. Solo il male non restituito — e non “celebrato” come libertà di ferire — perde il suo veleno e smette di isolarci. Solo così si può sfuggire alla pesantezza del vivere, accogliendo l’invito a uscire da quei velenosi isolamenti in cui, così spesso, amiamo concepirci e restare:

«Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11,28-29).

È una provocazione forte quella che ci sorprende oggi, a metà dell’itinerario di Avvento. Ci colpisce e ci affonda nella più incrollabile delle persuasioni: quella di essere almeno capaci di non scegliere la strada più faticosa, di non essere così stolti da portare sulle spalle più pesi di quanto sia necessario fare. Mentre camminiamo, ancora una volta, verso Betlemme per contemplare il mistero dell’Incarnazione del Verbo, siamo invitati dalla parola profetica a compiere un deciso passo di lucidità verso noi stessi, per riconoscere che «stanchi e oppressi», anzitutto, lo siamo molto spesso. Ma anche per essere disposti ad ammettere che non sempre il peso che avvertiamo sulle nostre spalle è reale. Molte volte esso viene «partorito» dalla nostra angoscia oppure, semplicemente, dilatato dalla nostra incapacità di chiedere aiuto e sostegno. Il «peso» della vita si fa «leggero» (11,30) non quando scompare la consistenza delle cose e delle situazioni che siamo chiamati ad assumere, ma quando ricominciamo a vivere non più da noi stessi:

«Quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi» (Is 40,31).

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Questo termine πραΰς (praùs) è proprio solo di Matteo in tutto il Nuovo Testamento, se si esclude una occorrenza in 1Pt 3,4. La mitezza è presentata come una beatitudine (Mt 5,5) e come una caratteristica peculiare di Gesù. Esplicito il richiamo alla descrizione del re messianico fatta dal profeta Zaccaria (21,5), che Matteo cita al momento dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme subito prima della Passione. Mitezza e umiltà erano infatti le prerogative del Messia atteso nella tradizione ebraica, che riferisce queste qualità anche a Mosè. L’immagine del ζυγός (zugòs), strumento ben noto alle antiche attività agricole, nella letteratura neotestamentaria assume essenzialmente un senso figurato, in riferimento al peso della schiavitù oppure, come in questo caso, interpretato come il peso dell’osservanza della Legge, che nella tradizione giudaica l’ebreo accettava di portare per servire Dio. Gesù può definirlo “dolce” e “leggero” perché lui stesso si offre di condividerlo.

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