Commento alla Liturgia

Giovedì della I settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Eb 3,7-14

7Per questo, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, 8non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, il giorno della tentazione nel deserto, 9dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant'anni le mie opere. 10Perciò mi disgustai di quella generazione e dissi: hanno sempre il cuore sviato. Non hanno conosciuto le mie vie. 11Così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo. 12Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. 13Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato. 14Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall'inizio.

Vangelo

Mc 1,40-45

40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi purificarmi!". 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato!". 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: "Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro". 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Commento alla Liturgia

Partecipi

Roberto Pasolini

Al tempo di Gesù, i lebbrosi vivevano ai margini. Nessuno li poteva toccare, perché chi era colpito da questa orribile piaga era obbligato a respingere ogni avvicinamento, secondo le prescrizioni della Legge. Tra le malattie mortali, ancora oggi non ancora completamente debellate dal progresso scientifico e dalla solidarietà umana, la lebbra è certo il simbolo di una condizione che tutti, in qualche modo, conosciamo. Esistono parti della nostra umanità, del nostro passato e del nostro presente, del nostro corpo e del nostro carattere, che possiamo senza dubbio definire “impure”. Sono i luoghi delle nostre irraggiungibili solitudini, le parti meno onorevoli della nostra storia, fatti o situazioni che ci sono capitati, il male che abbiamo scelto o subito. La lebbra è immagine di queste latitudini, di quel piccolo inferno di tristezza e oscurità che cerchiamo di nascondere a tutti. Tranne a Dio, forse:

«Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi”» (Mc 1,40).

Quest’uomo crede che, di fronte a Gesù, può smettere di nascondersi e di vivere nell’ombra. Intuisce che «questo oggi» (Eb 3,13) di cui parla la lettera agli Ebrei è il giorno in cui è possibile prostrarsi con fiducia e libertà «davanti al Signore che ci ha fatti» (Sal 94,6) e che si può incontrare nel volto del suo Verbo fatto uomo. Il Signore Gesù tocca questa persona nella sua impurità e nella sua sporcizia, a testimonianza che a Dio interessiamo più noi che le nostre imperfezioni. Infatti, noi veniamo toccati dal suo amore prima di compiere opere e acquisire meriti, siamo amati prima di essere amabili. Soltanto sperimentando questa gratuità d’amore iniziamo il nostro esodo da ogni solitudine e paura. Tuttavia la guarigione del cuore è un processo lungo. E noi spesso abbiamo fretta di dirci e di crederci già risanati nel profondo delle nostre tristezze. È afferrato da questa tentazione anche il lebbroso del vangelo, che si trova a divulgare subito il fatto, anziché obbedire all’ordine severo di Gesù:

«Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro» (Mc 1,44).

L’amore di Dio non è condizionato dalla nostra miseria: è libero, gratuito, ostinato. Tuttavia detta condizioni alla nostra libertà, perché non vuole essere un temporaneo sentimento, ma il nutrimento per una relazione duratura. Lo afferma con passione l’autore della lettera agli Ebrei:

«Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio» (Eb 3,14).

Ecco perché non è sufficiente guarire, ma bisogna imparare a vivere in stato di guarigione. Quello che rischia di marcire clandestinamente, infatti, non è la pelle o il corpo, ma precisamente il cuore, invisibile e profondo spazio di libertà e di apertura al mistero di Dio, dove sperimentiamo le più tenaci e inaspettate chiusure alla sua grazia.

I nostri padri, nel deserto, hanno vissuto l’esperienza del possibile indurimento del cuore «pur avendo visto per quarant’anni» (3,9) le opere di Dio. Non siamo estranei nemmeno noi a questa possibilità di avere «un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente» (3,12), tutte le volte in cui non solo ricadiamo nel peccato, ma preferiamo divulgare i nostri miglioramenti, anziché rimanere partecipi del volto misericordioso del Padre, che il Figlio ci ha rivelato. Dio, naturalmente, non si arrende mai di fronte alla nostra incapacità di fare silenzio e di approfondire la relazione con lui:

«Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte» (Mc 1,45).

Cerca nei commenti

Il verbo thelō (θέλω), che significa “volere, desiderare, avere intenzione di”, è riferito a Gesù in entrambe le occorrenze, ma nella prima è inserito nella preghiera del lebbroso, nel suo dubbio sulla volontà di Gesù di fare quanto lui solo può fare. L’interpretazione della volontà di Dio è il grande tema della fede, ma Marco se ne serve qui per rivelare chi è Gesù. In quanto Messia e profeta di Dio, Gesù è l’unico che può guarire dalla lebbra, equiparata nella Scrittura a una resurrezione dalla morte, ma soprattutto è colui che, con il gesto e la parola, elimina il “se”, il dubbio sulla volontà di Dio. Il verbo thelō (θέλω), che significa “volere, desiderare, avere intenzione di”, è riferito a Gesù in entrambe le occorrenze, ma nella prima è inserito nella preghiera del lebbroso, nel suo dubbio sulla volontà di Gesù di fare quanto lui solo può fare. L’interpretazione della volontà di Dio è il grande tema della fede, ma Marco se ne serve qui per rivelare chi è Gesù. In quanto Messia e profeta di Dio, Gesù è l’unico che può guarire dalla lebbra, equiparata nella Scrittura a una resurrezione dalla morte, ma soprattutto è colui che, con il gesto e la parola, elimina il “se”, il dubbio sulla volontà di Dio. Marco introduce qui una tensione fortissima: subito dopo aver “tuonato” al lebbroso purificato di non parlare con nessuno dell’accaduto, lo manda dal sacerdote, incaricato di verificare questi casi, per farsi vedere, cioè per sottomettersi alla Torah, che resta via alla vita. Il verbo dèiknumi (δείκνυμι), che vuol dire “rendere conosciuto” – contiene infatti il sostantivo dèigma (δεῖγμα), esempio, prova – sottolinea proprio la contraddizione di un tempo messianico che non cerca il sensazionalismo, ma nemmeno può restare nascosto ed è sempre fecondo.

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