Commento alla Liturgia

Lunedì della I settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Eb 1,1-6

1Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. 3Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, 4divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. 5Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato ? E ancora: Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio ? 6Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: Lo adorino tutti gli angeli di Dio.

Vangelo

Mc 1,14-20

14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo". 16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". 18E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. 20E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Commento alla Liturgia

Ultimamente

Roberto Pasolini

L’immersione del Signore Gesù nelle acque della nostra umanità, con cui il Tempo di Natale si compie spalancando le porte a quello Ordinario, ci consente di gustare e cogliere tutto il valore di quell’avverbio con cui l’autore della lettera agli Ebrei introduce la sua grande omelia sulla pasqua di Cristo: «ultimamente» (Eb 1,2). Il Tempo liturgico che definiamo “ordinario”, in realtà, non ha nulla di scontato, perché vuole essere uno spazio di assimilazione e di interiorizzazione del mistero di incarnazione del Verbo, che ormai è il nuovo centro creatore e creativo della storia umana. «Questi giorni», nei quali «Dio» ha deciso di non parlare più a noi se non «per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo» (1,2) sono quelli in cui viviamo e sono gli “ultimi” perché non manca più nessuna tessera al mistero che la storia doveva svelare per essere salva: il volto del Padre.

L’evangelista Marco ha un modo tutto suo per annunciare, già nelle prime battute del suo racconto, che la venuta di Cristo è da intendersi come il definitivo gesto di rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo:

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15).

Ecco in che modo prende avvio il Tempo ordinario, con un invito ad accorgersi di una straordinaria presenza — quella di Dio — nella trama del quotidiano e a convertirsi alla sua logica di comunione e condivisione, che vuole formattare la memoria del nostro vissuto e del nostro modo di pensare.

Tutto il vangelo, e tutti i vangeli, documentano quanto sia difficile accogliere questa pienezza di tempo e questa prossimità di Dio alla nostra umanità, attraverso le più clamorose forme del rifiuto e del giudizio di condanna, ma anche attraverso quella sottile ostruzione al vangelo che consiste in un attaccamento troppo ostinato al proprio “io”. Eppure i racconti evangelici attestano anche come, tutto sommato, sia semplice gettare la nostra vita nell’avventura della sequela, accogliendo gli inviti che risuonano mentre le nostre mani sono alle prese con l’arte di vivere e sopravvivere:

«Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori» (Mc 1,16).

La condizione per entrare nel Tempo ordinario non sembra essere altro che la disponibilità a lasciarsi determinare nuovamente dallo sguardo di Gesù: acconsentire al graduale cambio di nome a cui inevitabilmente consegue anche una modificazione dei programmi e delle attività:

«Gesù disse loro: “Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini”» (Mc 1,17).

Convertirsi al Signore, alla forza disarmata e disarmante del suo vangelo, non significa operare la grande “svolta” della vita, illudendosi che sia necessario o, peggio ancora, richiesto un clamoroso cambio di identità per diventare discepoli del Regno. La conversione al vangelo è l’atto ordinario con cui permettiamo alla relazione con la persona del Signore Gesù di essere il cuore vivo e pulsante del nostro tempo, del nostro pensare e del nostro agire. Questa feriale vocazione ad abbandonare «le reti» della nostra vita, con tutti i suoi punti di riferimento (il «padre» e la «barca»), è un cammino sempre possibile e sempre desiderabile. La vita in Cristo secondo il Vangelo e nella mite forza dello Spirito resta per sempre e per tutti un cammino dove quanto ci è donato è sempre maggiore di quanto ci è richiesto. Perché si tratta di un invito profondamente adeguato alla nostra libertà, creata per essere capace di vivere in ascolto del Verbo, il quale

«tutto sostiene con la sua parola potente» (Eb 1,3).

Quindi anche ogni nostro passo, debole o forte, certo o incerto, con cui permettiamo alla vita filiale, generata in noi dal battesimo, di maturare nella fiducia e nella speranza.

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L'avverbio con cui si introduce la definitiva Parola di Dio all'umanità è ricco di significati. Con ἔσχατος (eschatos) si può intendere: 1) l'estremità di un'area, 2) l'articolo finale di una serie, 3) il confine estremo di un parametro, di un valore o di una situazione. Ciò che accomuna tutti questi significati è il loro carattere “estremo”: qualcosa oltre il quale non c'è più nulla. «L'estremità di questi giorni» diventa allora un'indicazione di tempo universale, un promontorio valido e riconoscibile da ogni generazione. È un verbo di movimento – ἐγγίζω (enghìzo) – a evocare le categorie dello spazio e del tempo a cui fa riferimento l’intero versetto per esprimere, nel linguaggio biblico, l’idea di totalità. L’espressione si potrebbe rendere non solo con “sta per venire”, ma anche con “si è avvicinato”, quindi in qualche misura è presente. Nello stesso tempo, però, il verbo denota prossimità, il non definitivo raggiungimento di un punto di arrivo. Marco conduce così il lettore sulla soglia di una tensione irrisolta tra un tempo compiuto e un regno di Dio che deve ancora compiersi, tensione che esige una conversione nel modo di pensare la realtà e la presenza di Dio dentro la storia.

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