Commento alla Liturgia

Giovedì della I settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Eb 3,7-14

7Per questo, come dice lo Spirito Santo: Oggi, se udite la sua voce, 8non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione, il giorno della tentazione nel deserto, 9dove mi tentarono i vostri padri mettendomi alla prova, pur avendo visto per quarant'anni le mie opere. 10Perciò mi disgustai di quella generazione e dissi: hanno sempre il cuore sviato. Non hanno conosciuto le mie vie. 11Così ho giurato nella mia ira: non entreranno nel mio riposo. 12Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente. 13Esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato. 14Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda fino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall'inizio.

Vangelo

Mc 1,40-45

40Venne da lui un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: "Se vuoi, puoi purificarmi!". 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: "Lo voglio, sii purificato!". 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. 43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito 44e gli disse: "Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro". 45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

Commento alla Liturgia

Cuore

MichaelDavide Semeraro

Nella prima lettura ricorre più volte il riferimento al cuore e sembra che sia proprio là che si annida la lebbra che rischia di ammalare tutta la nostra vita. L’autore della Lettera agli Ebrei non ha dubbi nel mettere direttamente sulle labbra dello «Spirito Santo» l’esortazione iniziale:

«Oggi, se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori come nel giorno della ribellione» (Eb 3,7).

Dopo ciò, fa menzione del pericolo sempre incombente di avere in realtà «un cuore sviato» (3,10) cui segue una viva supplica:

«Badate, fratelli, che non si trovi in nessuno di voi un cuore perverso e senza fede che si allontani dal Dio vivente» (Eb 3,12).

Al cuore di questa consapevolezza di avere potenzialmente un cuore malato perché sempre nel rischio di allontanarsi da Dio, possiamo riconoscere di avere a nostra volta bisogno di purificazione, di guarigione, di salvezza. Il primo passo per ritrovare la via della vita è, prima ancora di chiedere e di supplicare, mettersi «in ginocchio» (Mc 1,40). Con questo semplice gesto del corpo è come se il nostro cuore ritrovasse non solo il suo giusto posto, ma pure ritrovasse il suo giusto peso.

Lo ricorda uno psicanalista contemporaneo quando, evocando il compito di trasmettere ai propri figli la sapienza della preghiera così annota: «Per pregare – questo ho trasmesso ai miei figli – bisogna inginocchiarsi e ringraziare. Di fronte a chi? A quale Altro? Non so rispondere e non voglio rispondere a questa domanda. E i miei figli d’altronde, non me la pongono. Quando me lo chiedono, pratichiamo insieme quello che resta della preghiera: preserviamo lo spazio del mistero, dell’impossibile, del non tutto, del confronto con l’inammissibilità dell’Altro» (M. RECALCATI, Cosa resta del padre?, Cortina Raffaello, 2011, p. 12). Questo spiegherebbe l’ingiunzione del Signore Gesù al lebbroso appena guarito:

«Guarda di non dire niente a nessuno» (Mc 1,45).

Infatti, è necessario preservare quello spazio di intimità e di segreto in cui sperimentiamo non solo di essere malati e bisognosi di purificazione, ma pure in cui custodiamo l’esperienza – ancora più intima e rara – di conoscere il dono di una relazione che ridona al nostro cuore la sua morbidezza e il suo pieno funzionamento.

Ai tempi del Signore Gesù essere lebbrosi non significava semplicemente essere malati, ma indicava uno stato di maledizione da parte di Dio, che comportava il fatto di essere una minaccia e un pericolo per gli altri. L’incontro con il Signore Gesù fa superare ambedue questi terribili steccati che potevano fare della vita già un’esperienza di morte, per cui il lebbroso viene reintegrato nella vita di tutti cominciando a essere reintegrato nella sua relazione a Dio con quel semplice atto – così umanizzante – del mettersi in ginocchio a pregare e a supplicare. Un gesto apparentemente banale che indica, invece, come la malattia non ha vinto totalmente, proprio perché è stato preservato un piccolo ma decisivo spazio di trascendenza.

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Il verbo thelō (θέλω), che significa “volere, desiderare, avere intenzione di”, è riferito a Gesù in entrambe le occorrenze, ma nella prima è inserito nella preghiera del lebbroso, nel suo dubbio sulla volontà di Gesù di fare quanto lui solo può fare. L’interpretazione della volontà di Dio è il grande tema della fede, ma Marco se ne serve qui per rivelare chi è Gesù. In quanto Messia e profeta di Dio, Gesù è l’unico che può guarire dalla lebbra, equiparata nella Scrittura a una resurrezione dalla morte, ma soprattutto è colui che, con il gesto e la parola, elimina il “se”, il dubbio sulla volontà di Dio. Il verbo thelō (θέλω), che significa “volere, desiderare, avere intenzione di”, è riferito a Gesù in entrambe le occorrenze, ma nella prima è inserito nella preghiera del lebbroso, nel suo dubbio sulla volontà di Gesù di fare quanto lui solo può fare. L’interpretazione della volontà di Dio è il grande tema della fede, ma Marco se ne serve qui per rivelare chi è Gesù. In quanto Messia e profeta di Dio, Gesù è l’unico che può guarire dalla lebbra, equiparata nella Scrittura a una resurrezione dalla morte, ma soprattutto è colui che, con il gesto e la parola, elimina il “se”, il dubbio sulla volontà di Dio. Marco introduce qui una tensione fortissima: subito dopo aver “tuonato” al lebbroso purificato di non parlare con nessuno dell’accaduto, lo manda dal sacerdote, incaricato di verificare questi casi, per farsi vedere, cioè per sottomettersi alla Torah, che resta via alla vita. Il verbo dèiknumi (δείκνυμι), che vuol dire “rendere conosciuto” – contiene infatti il sostantivo dèigma (δεῖγμα), esempio, prova – sottolinea proprio la contraddizione di un tempo messianico che non cerca il sensazionalismo, ma nemmeno può restare nascosto ed è sempre fecondo.

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