Commento alla Liturgia

Lunedì della I settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Eb 1,1-6

1Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, 2ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. 3Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell'alto dei cieli, 4divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. 5Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato ? E ancora: Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio ? 6Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: Lo adorino tutti gli angeli di Dio.

Vangelo

Mc 1,14-20

14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, 15e diceva: "Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo". 16Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. 17Gesù disse loro: "Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini". 18E subito lasciarono le reti e lo seguirono. 19Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, mentre anch'essi nella barca riparavano le reti. 20E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedeo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

Commento alla Liturgia

Dietro

MichaelDavide Semeraro

La conclusione del Vangelo di oggi ci mette nella giusta direzione e nel giusto respiro di questo tempo ordinario che comincia e che rappresenta – nella sua prima parte – una sorta di ponte tra la celebrazione del tempo di Natale e la Quaresima. La prima lettura è come se riuscisse a immettere nel nostro cuore credente un riassunto del mistero dell’epifania del Verbo come fosse un pensiero da custodire e da amare:

«Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1-2).

Questa parola fatta carne, fattasi gesto e sguardo, la riconosciamo nell’invito che sarà il grande lavoro interiore della Quaresima:

«convertitevi e credete al Vangelo» (Mc 1,15).

La pedagogia liturgica certo ci fa vivere, passo dopo passo, l’anno liturgico come una scuola in cui apprendiamo a conoscere il cuore di Cristo e a conformarvi i nostri sentimenti più profondi. In realtà, ogni giorno e ogni momento della vita è l’attimo presente in cui tutto il mistero di Cristo Signore ci viene donato ed esige da noi una risposta di adesione, con la rinnovata decisione di metterci «dietro a lui» (Mc 1,20).

Come ricorda Ireneo di Lione: «Il Padre ci comandò di seguire il Verbo non perché avesse bisogno del nostro servizio, ma per darci la salvezza. Seguire il Salvatore, infatti, è partecipare della salvezza, come seguire la luce significa essere circonfusi di chiarore. Chi è nella luce non è certo lui ad illuminare la luce e a farla risplendere, ma è la luce che rischiara lui e lo rende luminoso. Egli non dà nulla alla luce, ma è da essa che riceve il beneficio dello splendore e tutti gli altri vantaggi» (IRENEO DI LIONE, Contro le eresie, 4, 14). Questa luce divina ricevuta come dono di un possibile incremento di vita diventa per i discepoli un modo nuovo di attraversare la storia che si fonda su una parola-promessa:

«Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini» (Mc 1,17).

Normalmente gli Ebrei non amano il mare e, per quanto vi si dedichino, la pesca non è il loro forte come lo è, invece, la pastorizia. Il mare, infatti, è avvertito come un luogo oscuro in cui si muovono le ombre del male e della morte, identificate con tutto ciò che sfugge al nostro controllo e che continuamente ci può sorprendere fino a destabilizzare e impaurire.

Il Signore Gesù non solo comincia la sua missione come un dono offerto a tutti di guarigione e di liberazione, ma – sin da subito – rende partecipi di questo ministero alcuni uomini che incontra sulla sua strada e nel cui cuore coglie una disponibilità, per quanto non facile, a farsi suoi amici e collaboratori. L’autore della Lettera agli Ebrei ci aiuta a porre il nostro sguardo stupito sul Signore Gesù che è

«irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente» (Eb 1,3).

La nostra sequela ci mette in una posizione di intimità con il Signore Gesù che non ha nulla di intimistico, ma prende continuamente il largo della condivisione di un’esperienza di salvezza.

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L'avverbio con cui si introduce la definitiva Parola di Dio all'umanità è ricco di significati. Con ἔσχατος (eschatos) si può intendere: 1) l'estremità di un'area, 2) l'articolo finale di una serie, 3) il confine estremo di un parametro, di un valore o di una situazione. Ciò che accomuna tutti questi significati è il loro carattere “estremo”: qualcosa oltre il quale non c'è più nulla. «L'estremità di questi giorni» diventa allora un'indicazione di tempo universale, un promontorio valido e riconoscibile da ogni generazione. È un verbo di movimento – ἐγγίζω (enghìzo) – a evocare le categorie dello spazio e del tempo a cui fa riferimento l’intero versetto per esprimere, nel linguaggio biblico, l’idea di totalità. L’espressione si potrebbe rendere non solo con “sta per venire”, ma anche con “si è avvicinato”, quindi in qualche misura è presente. Nello stesso tempo, però, il verbo denota prossimità, il non definitivo raggiungimento di un punto di arrivo. Marco conduce così il lettore sulla soglia di una tensione irrisolta tra un tempo compiuto e un regno di Dio che deve ancora compiersi, tensione che esige una conversione nel modo di pensare la realtà e la presenza di Dio dentro la storia.

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