Commento alla Liturgia

Mercoledì della II settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Eb 7,1-3.15-17

1Questo Melchìsedek infatti, re di Salem, sacerdote del Dio altissimo, andò incontro ad Abramo mentre ritornava dall'avere sconfitto i re e lo benedisse; 2a lui Abramo diede la decima di ogni cosa. Anzitutto il suo nome significa "re di giustizia"; poi è anche re di Salem, cioè "re di pace". 3Egli, senza padre, senza madre, senza genealogia, senza principio di giorni né fine di vita, fatto simile al Figlio di Dio, rimane sacerdote per sempre. 15Ciò risulta ancora più evidente dal momento che sorge, a somiglianza di Melchìsedek, un sacerdote differente, 16il quale non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile. 17Gli è resa infatti questa testimonianza: Tu sei sacerdote per sempre secondo l'ordine di Melchìsedek.

Vangelo

Mc 3,1-6

1Entrò di nuovo nella sinagoga. Vi era lì un uomo che aveva una mano paralizzata, 2e stavano a vedere se lo guariva in giorno di sabato, per accusarlo. 3Egli disse all'uomo che aveva la mano paralizzata: "Àlzati, vieni qui in mezzo!". 4Poi domandò loro: "È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?". Ma essi tacevano. 5E guardandoli tutt'intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all'uomo: "Tendi la mano!". Egli la tese e la sua mano fu guarita. 6E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire.

Commento alla Liturgia

Somiglianza

MichaelDavide Semeraro

La Lettera agli Ebrei ritorna più volte sul mistero del sacerdozio di Cristo, il quale sorge «a somiglianza di Melchisedek» ed è al contempo «differente» (Eb 7,15). In questo gioco di somiglianza e di differenza è ben significato il combattimento di ciascun discepolo, chiamato a vivere una continuità nella necessaria e talora dolorosa rottura. Sembra comunque, secondo l’approccio della prima lettura, che sia necessario anche per ciascuno di noi riuscire a coniugare nella nostra vita la «giustizia» e la «pace» (7,2). Il Signore Gesù si rivela capace di coniugare le esigenze della fedeltà a Dio con la necessaria capacità di vedere e di rispondere alla sofferenza, che è il rimando più grande al mistero stesso della nostra umanità. Il modo in cui il Signore si accorge della sofferenza non è quello proprio a un sacerdozio esercitato nella distanza, ma in una reale prossimità che si fa concreta e rischiosa condivisione. La conclusione repentina del vangelo non lascia dubbi:

«E i farisei uscirono subito con gli erodiani e tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (Mc 3,6).

I farisei sembrano difendere il principio dell’osservanza del sabato, eppure si rivelano dimentichi del senso profondo del riferimento al sabato, che non si può ridurre semplicemente alla memoria grata della signoria di Dio sulla creazione. Infatti, il sabato è pure la memoria coinvolgente della necessaria signoria dell’uomo sulla storia che passa attraverso la capacità di vivere le relazioni come luogo di incremento di vita. Come ricorda Ilario di Poitiers: «Quindi, l'azione del Figlio è di ogni giorno; e, secondo me, i principi della vita, le forme dei corpi, lo sviluppo e la crescita degli esseri viventi manifestano questa opera» (ILARIO DI POITIERS, Trattato sui salmi, 91, 3). Pertanto, di questa opera noi non possiamo essere solo spettatori, ma siamo chiamati a essere alacri collaboratori. La domanda che il Signore Gesù pone esige la risposta concreta e fattiva di ogni giorno, attraverso le nostre scelte concrete e le nostre priorità:

«È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?» (Mc 3,4).

Prima ancora della nostra risposta a questa domanda, vi è la reazione di Cristo Signore al nostro silenzio: «E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori…» (3,5). Come sacerdote e come medico, il Signore Gesù ci ricorda il rischio di avere un cuore indurito. La provocazione è limpida e chiara: sappiamo e vogliamo stare dalla parte delle persone lasciandoci interrogare, sempre, dalla concreta sofferenza? Con una sorta di ricerca ascendente delle origini del sacerdozio, la Lettera agli Ebrei sembra risalire da Aronne a Melchisedek fino al Verbo, che rimanda al mistero di quel settimo giorno in cui l’umanità ricevette dal Creatore il grande dono e la responsabilità di essere custode e sacerdote della creazione. Questo sacerdozio non solo universale ma pure primordiale si esercita in una capacità di rendere sempre più piena e più bella la vita perché assomigli sempre di più alla vita stessa di Dio.

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Unica occorrenza di questo sostantivo in Marco, πώρωσις (pòrosis) è un termine usato in pochi altri passi del Nuovo Testamento, nelle lettere di Paolo. Il verbo da cui deriva, πωρόω (pòròo), significa “indurirsi, pietrificarsi”, ma con riferimento agli occhi anche “offuscarsi”. Questa doppia sfumatura di “ostinazione” e “cecità” affiora anche qui, a suggerire il motivo per cui il Signore si indigna e si rattrista: vedere intorno a sé dei cuori chiusi nel silenzio, cioè nell’incapacità di vedere che, quando si tratta del bene della vita nella pienezza della sua dignità, ogni giorno è sabato.

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