Commento alla Liturgia

Martedì della III settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Eb 10,1-10

1La Legge infatti, poiché possiede soltanto un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici - sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno - coloro che si accostano a Dio. 2Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? 3Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. 4È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. 5Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. 6Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. 7Allora ho detto: "Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà". 8Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato , cose che vengono offerte secondo la Legge, 9soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà . Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. 10Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Vangelo

Mc 3,31-35

31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: "Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano". 33Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre".

Commento alla Liturgia

Con giustizia e amore

Roberto Pasolini

La festa dei santi Timoteo e Tito può offrire l’occasione per recuperare un po’ di quell’ottimismo che sgorga dalla speranza di poter «vivere in questo mondo con giustizia e con amore di figli» (Colletta). Questo, e non un altro, è infatti il mondo che agli occhi di Dio non cessa di essere una «messe abbondante» (Lc 10,2), anche se noi spesso sappiamo solo leggerlo come sordo e refrattario all’annuncio del Vangelo. In realtà, con un po’ di onestà, dovremmo forse riconoscere che non solo questo mondo, ma persino questo tempo in cui viviamo, possono essere assunti come inedite – forse sorprendenti – circostanze in cui l’espansione del Regno può avvenire in una libertà e in una consapevolezza mai esistite prima nella storia dell’uomo. Oggi, più che nei secoli che ci hanno preceduto, possono risuonare con singolare forza le parole con cui il Signore Gesù ha iniziato a trasmettere a tutti la fiducia nel Padre e nel dono dello Spirito:

«È vicino a voi il regno di Dio» (Lc 10,9).

Certo, come ci ricordano le parole dell’apostolo, la fede non può essere mai imposta, ma soltanto proposta con gioia e con amore. I frutti di questa trasmissione, da non dare mai per scontati, vengono descritti dallo stesso Paolo quando si rivolge al discepolo Timoteo:

«Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce, e che ora, ne sono certo, è anche in te» (2Tm 1,5).

Il compito di ogni generazione cristiana – dunque anche della nostra – è non dimenticare mai che lo Spirito ricevuto nel battesimo, che ha unito la nostra vita al mistero pasquale di Cristo e alla sua missione, è un «dono di Dio» (1,6) che deve essere continuamente ravvivato, perché non decada in «uno spirito di timidezza», ma resti in noi come spirito «di forza, di carità e di prudenza» (1,7). L’afflato materno, intriso di dolcezza e calda umanità, con cui Paolo si rivolge a Timoteo, rivela fino in fondo in cosa consistano il fascino e la forza terapeutica del Vangelo:

«Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia» (2Tm 1,4).

Solo così, con quella inconfondibile «forza di Dio» che è la tenerezza dell’amore, possiamo sperare di «dare la testimonianza al Signore nostro» (1,8), offrendo a tutti il conforto della buona notizia: «È stabile il mondo, non potrà vacillare» (salmo responsoriale).

Un’altra illuminante indicazione per celebrare e meditare la festa odierna ci viene offerta dall’avvio del Vangelo, dove il Signore Gesù, dopo aver precisato le radicali esigenze della sequela, da intraprendere esclusivamente «come agnelli in mezzo a lupi» (Lc 10,3), estende la chiamata ad annunciare il regno ad «altri settantadue» discepoli, inviandoli «a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (10,1). È certo sorprendente la volontà di allargare la cerchia dei collaboratori, proprio nel momento in cui i discepoli già presenti sembrano esitare incerti (cf. 9,51-56). Addirittura può risultare sconcertante il fatto che i nuovi apostoli siano inviati «davanti» al volto del loro Maestro, tanto esigente nel porre vincoli alla sequela, quanto liberale nel desiderio di farsi rappresentare e precedere da coloro a cui affida il dono della sua pace:

«Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi» (Lc 10,6).

Questo carattere prodigo e fiducioso di Dio, coerente con le parole e i gesti di Cristo, illumina le figure di Timoteo e Tito, due splendidi frutti della conversione di san Paolo e della sua attività missionaria. Avendo udito «la promessa della vita che è in Cristo Gesù» (2Tm 1,1), i due santi sono diventati partecipi dell’opera di evangelizzazione compiuta dall’apostolo, aggregandosi alla comunità dei credenti fino a diventare i pastori di riferimento per le comunità cristiane di Efeso e di Creta. La loro memoria orante diventa per noi occasione di ricordare che il Signore ama consegnare alle nostre mani la testimonianza evangelica con grande ottimismo, estendendo non solo il numero dei chiamati, ma soprattutto i confini delle realtà illuminate dal vangelo. A ciascuno di noi resta il compito di coinvolgersi pienamente, per essere disposto a essere in «ogni città e luogo» uno spazio accogliente di nuova umanità.

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