Commento alla Liturgia

Martedì della III settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Eb 10,1-10

1La Legge infatti, poiché possiede soltanto un'ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha mai il potere di condurre alla perfezione per mezzo di sacrifici - sempre uguali, che si continuano a offrire di anno in anno - coloro che si accostano a Dio. 2Altrimenti, non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che gli offerenti, purificati una volta per tutte, non avrebbero più alcuna coscienza dei peccati? 3Invece in quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati. 4È impossibile infatti che il sangue di tori e di capri elimini i peccati. 5Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. 6Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. 7Allora ho detto: "Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà". 8Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato , cose che vengono offerte secondo la Legge, 9soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà . Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. 10Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell'offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.

Vangelo

Mc 3,31-35

31Giunsero sua madre e i suoi fratelli e, stando fuori, mandarono a chiamarlo. 32Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: "Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano". 33Ma egli rispose loro: "Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?". 34Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: "Ecco mia madre e i miei fratelli! 35Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre".

Commento alla Liturgia

Ridonare

MichaelDavide Semeraro

Se l’esperienza forte dell’amore invitto e della grazia penetrante sta al cuore e alla base dell’esperienza interiore che ha trasformato Saulo in Paolo, è più che naturale che l’eredità trasmessa dall’apostolo sia della stessa qualità: «ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani» e aggiunge con impagabile chiarezza:

«Dio, infatti, non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di prudenza» (2Tm 1,6-7).

Pertanto non c’è nulla di violento o di virulento nella forza apostolica che Paolo ritiene di avere trasmesso ai suoi discepoli che, a loro volta, sono divenuti pastori. Il contesto di queste parole di Paolo rivolte a Timoteo è pieno di tenerezza e di squisita umanità che rendono, in tutta verità, questa forza profondamente evangelica e cristologica:

«ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia» (2Tm 1,3-4).

È stupendo poter cogliere in Paolo – ormai alla fine della sua vita e del suo ministero – gli stessi tratti del Signore Gesù alla vigilia della sua passione. Come non sentire tutto il dolore del Signore Gesù che, proprio mentre celebra la sua ultima e tanto desiderata Pasqua (Lc 22,15), vede sorgere «una discussione tra i discepoli: chi di loro poteva essere considerato il più grande» (Lc 22,24).

Perenne e mai scongiurato pericolo che attenta alla vita di ogni comunità di discepoli e in particolare a ogni assemblea di pastori. E per tutti – fedeli e pastori – è la parola del Signore Gesù che sgorga dal profondo del suo più grande desiderio di dare la sua vita per noi, perché sia fonte di speranza per tutti. Per questo i discepoli sono rimessi continuamente “sulla strada” per vivere della stessa logica del loro Maestro:

«li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1).

Paolo e il Signore Gesù sono testimoni di un distacco interiore da ogni forma di potere, che comincia sempre con la ricerca di un certo comodo da cui, continuamente, il Vangelo ci disarciona:

«Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali» (Lc 10,3-4).

Segno di questo distacco e di questa libertà di Paolo è la memoria piena di ammirazione che si trasforma in fiducia verso il suo discepolo:

«Mi ricordo, infatti, della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Loide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, è anche in te» (2Tm 1,5).

L’apostolo e la tradizione apostolica si fondano su questa fiducia reciproca e su questa gratitudine verso coloro che ci hanno trasmesso la fede come un dono da godere e da trasmettere. Per questo il segno che garantisce di essere apostoli di Cristo e del suo vangelo, e non semplicemente di essere tra coloro che approfittano di Cristo e del suo vangelo, è questa sensibilità crescente all’onore dell’altro che si manifesta nella capacità di accogliere la fede come dono senza né privatizzarla né identificarla con noi stessi. Se viviamo in questo respiro apostolico, la nostra sarà una vita «insieme… per il vangelo» (2Tm 1,8) e una testimonianza efficace di quanto

«È vicino a voi il regno di Dio» (Lc 10,9).

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