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In greco il verbo egeirō (ἐγείρω) evoca il risveglio della risurrezione.
Il verbo all’imperfetto può esprimere allo stesso modo il senso che Gesù “si mise a pregare” oppure che “perseverava nella preghiera”. Marco nota varie volte la preghiera notturna di Gesù, da considerare probabilmente una sua pratica abituale, come quella del digiuno, cominciata ben prima della sua vita pubblica.
Il tema del cercare è frequente nel Vangelo di Marco e, come il verbo zetèo (ζητέω) indica, può assumere valenze diverse, a seconda che si cerchi qualcosa che si conosce e che si è perduto, oppure ciò con cui si desidera entrare in relazione, senza sapere dove trovarlo. Vuol dire anche chiedere con insistenza, fare di tutto per ottenere. In Marco, l’uso più frequente è quello di cercare Gesù con la strana volontà di prenderlo o riprenderlo, di fermarlo, di mettere le mani su di lui, perfino di eliminarlo. Così il secondo Vangelo ci mostra la possibile ambiguità di questa ricerca: che cosa cerchiamo quando cerchiamo Gesù?
Generalmente il verbo exèrkomai (ἐξέρχομαι), che significa “uscire”, è seguito dall’indicazione del luogo da cui si esce o della ragione per cui ci si muove, che possono essere sottintesi ma si intuiscono dal contesto. Qui invece è lecito chiedersi qual è il senso poiché il verbo, che Gesù riferisce a se stesso, è espresso in forma assoluta come “uscito per”, “venuto per”. Sembra voler esprimere il passivo “sono stato mandato”, che allude a Dio: ciò che solo Dio può determinare lascia aperta la ricerca verso l’“altrove” di un annuncio, di una promessa.
Commento alla Liturgia
V Domenica Tempo Ordinario
Prima lettura
Gb 7,1-4.6-7
1L'uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d'un mercenario? 2Come lo schiavo sospira l'ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, 3così a me sono toccati mesi d'illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. 4Se mi corico dico: "Quando mi alzerò?". La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all'alba. 6I miei giorni scorrono più veloci d'una spola, svaniscono senza un filo di speranza. 7Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 146(147)
R. Risanaci, Signore, Dio della vita.
È bello cantare inni al nostro Dio,
è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d'Israele. R.
Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome. R.
Grande è il Signore nostro,
grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.
Il Signore sostiene i poveri,
ma abbassa fino a terra i malvagi. R.
Seconda Lettura
1Cor 9,16-19.22-23
16Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! 17Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. 18Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. 19Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero: 22Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. 23Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch'io.
Vangelo
Mc 1,29-39
29E subito, usciti dalla sinagoga, andarono nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. 32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. 35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: "Tutti ti cercano!". 38Egli disse loro: "Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!". 39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
Note
Filo
Le parole di Giobbe sembrano essere state accolte nel cuore del Signore Gesù in quel momento di intima preghiera con cui comincia una nuova giornata, la quale non è semplicemente di «duro servizio» (Gb 7,1), ma il luogo abituale in cui «annunciare il Vangelo» (1Cor 9,16). Le parole di Giobbe sono capaci di interpretare l’angoscia esistenziale più profonda che segna sottilmente il nostro cammino di vita:
«I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza» (Gb 7,6).
Sembra proprio che il Signore Gesù, attraverso i suoi gesti di compassione e, soprattutto, nella sua intima relazione con il Padre, sia capace di ritrovare e di ridonare «un filo di speranza» tanto che, al suo passaggio, la vita rifiorisce:
«Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demoni» (Mc 1,33).
Dopo una giornata, cosi attiva e feconda, non è difficile immaginare lo sconcerto dei discepoli che, dopo una sorta di caccia al tesoro, si ritrovano davanti a Gesù che, prostrato nel silenzio della preghiera e della supplica, sembra presentare al Padre tutto il dolore che ha incontrato e che ancora dovrà incontrare e accogliere nel suo cammino. Sicuramente i discepoli, dopo una giornata così gloriosa, si saranno aspettati di trovarsi davanti a un Gesù più vittorioso e più sicuro di sé. Anche noi ci mettiamo sulle «tracce» (1,36) del Signore Gesù e siamo chiamati a confrontarci con il mistero della sua infinita spoliazione che rifugge da ogni potenza per assumere ogni fragilità, a cominciare dalla propria. Ce lo ricorda in modo commovente la parola dell’apostolo: «Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli, mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» e aggiunge, quasi per schermirsi dal rischio che il suo sguardo possa essere percepito come di chi guarda dall’alto in basso:
«Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io» (1Cor 9,22-23).
Alle parole di Giobbe: «La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba» (Gb 7,5) sembra corrispondere la scelta di Gesù che
«al mattino presto si alzò quando era ancora buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava» (Mc 1,35).
Ogni volta che la notte si fa troppo lunga o eccessivamente pesante, possiamo illuminarla con l’alba di una preghiera piena di fiducia, che squarcia le tenebre e ci permette di ritrovare per noi e per i nostri fratelli «un filo di speranza», come un filo di luce che annuncia il sorgere di un nuovo giorno. Come ricorda Raimon Panikkar: «I miracoli di Cristo non sono tanto le azioni di un taumaturgo per attestare la sua missione quanto l’effetto diretto tra medicina e religione, ovvero tra salute e salvezza. Gli infermi, invalidi o miserabili, riacquistano la salute perché si salvano. Cristo non fa giochi di prestigio, né si preoccupa solo dell’aldilà. Le sue guarigioni sono i simboli stessi della salvezza e per questo richiedono la fede, ovvero la fiducia, la purezza di cuore, tutta la forza del nostro essere» (R. PANIKKAR, <Medicina e religione> in Religione e Religioni, Jaka Book, Milano 2011, p. 453).
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