Commento alla Liturgia

3 Gennaio

Prima lettura

1Gv 2,29–3,6

29Se sapete che egli è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui. 1Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. 2Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. 3Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. 4Chiunque commette il peccato, commette anche l'iniquità, perché il peccato è l'iniquità. 5Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. 6Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l'ha visto né l'ha conosciuto.

Vangelo

Gv 1,29-34

29Il giorno dopo, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: "Ecco l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! 30Egli è colui del quale ho detto: "Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me". 31Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell'acqua, perché egli fosse manifestato a Israele". 32Giovanni testimoniò dicendo: "Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. 33Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell'acqua mi disse: "Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo". 34E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio".

Commento alla Liturgia

Affondare le radici

Roberto Pasolini

La seconda domenica dopo Natale ci offre l’occasione di restare nella contemplazione del mistero dell’Incarnazione, interpretandolo come la venuta nel mondo di una sorprendente «luce» (Gv 1,9), capace di donare «vita» (1,4) a «tutto ciò che esiste» (1,3). L’evangelista Giovanni ne parla come di una forza invincibile e inarrestabile, destinata a illuminare qualsiasi forma di oscurità:

«La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta» (Gv 1,5).

La potenza di questa luce non consiste in una speciale intensità, superiore a quella di altre fonti luminose presenti nel mondo, ma in una adeguatezza antropologica in grado di svelare finemente e finalmente il mistero dell’uomo creato a immagine e somiglianza di Dio:

«veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9).

La festa della luce – il Natale del Signore Gesù – vuole sempre e anzitutto farci recuperare la necessaria distinzione tra le molteplici luci presenti nel mondo e la luce vera del mondo, il «Figlio amato» (Ef 1,6), nel quale per ogni uomo e ogni donna si apre la possibilità di diventare «figli adottivi» (1,5) dell’eterno Padre. Per quanto ci siano molte intuizioni e numerose illuminazioni capaci di suscitare il nostro desiderio e di orientare i nostri passi, l’annuncio di una (sola) luce vera ci rivela che, al termine del nostro pellegrinaggio in questo mondo, ci sarà (solo) una benedizione di cui potremo godere e gioire per sempre:

«Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità» (Ef 1,3-4).

La luce vera di cui parla l’evangelista Giovanni è il senso profondo della realtà, la manifestazione di un mistero di amore grandissimo e inarrestabile che corrisponde al volto di Dio e alla rivelazione della sua paternità nei nostri confronti. Questa luce autentica deve però affrontare l’incontro – mai scontato – con il mistero di un’altra libertà, la nostra:

«Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non l’hanno accolto» (Gv 1,10-11).

Se vogliamo riconoscere, cioè approfondire, il dono di questa luce, che ci ha rivelato «il potere» (1,12) di essere riconosciuti anche noi figli nel «Figlio amato» (Ef 1,6), dobbiamo avere il coraggio di saper rinnegare ogni altra luminosità scontata e immediata, con cui spesso siamo tentati di rischiarare l’oscurità dei nostri giorni e di risolvere la complessità delle situazioni da affrontare. Le tenebre che impediscono al Natale di compiersi in noi non sono solo quelle del fallimento morale, ma anche quelle della scorciatoia religiosa, con cui proviamo a manifestare una fede in Dio senza mai decidere di accordare una piena fiducia alla realtà e agli altri. 

Non basta sapere che siamo figli amati, ma occorre assimilare la sapienza del Vangelo fino a farla diventare quasi un «vanto» da esibire nel cuore dei nostri punti di maggior debolezza e dentro i nostri più estenuanti combattimenti interiori:

«La sapienza fa il proprio elogio, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria» (Sir 24,1-2).

Onorare il dono e la responsabilità del Natale del Signore significa affondare le «radici» della nostra umanità in mezzo «a un popolo», senza alcuna paura di incontrare l’umanità degli altri e accettando di dover ricominciare a vivere dal piano della realtà e non dai ripiani della idealità, sempre così inaccessibili e frustranti. Solo così potremo «comprendere a quale speranza» siamo chiamati, insieme a tutti, «quale tesoro di gloria racchiude» (Ef 1,18) quell’eredità già riservata a noi, eppure ancora tutta da ricevere. Il Natale è una luce bisognosa di affondare le radici nel nostro cuore, per educarci, giorno per giorno, ad assumere la splendida fatica di saper brillare nelle tenebre del mondo con una gioia umile e discreta. Fino a diventare noi stessi un’immagine della sapienza, cioè dell’arte, di vivere:

«nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion» (Sir 24,14-15).

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