Commento alla Liturgia

Cattedra di S. Pietro

Prima lettura

1Pt 5,1-4

1Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: 2pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, 3non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge. 4E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce.

Vangelo

Mt 16,13-19

13Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: "La gente, chi dice che sia il Figlio dell'uomo?". 14Risposero: "Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti". 15Disse loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". 16Rispose Simon Pietro: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". 17E Gesù gli disse: "Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. 18E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli".

Commento alla Liturgia

Custodi di misericordia

Roberto Pasolini

Nell’anno giubilare della misericordia, papa Francesco ha voluto ricollocare al centro della vita della Chiesa la misericordia divina, non tanto come arricchimento di una vita cristiana sempre a rischio di essere mediocre o sbiadita, ma come prima responsabilità battesimale che il corpo di Cristo è tenuto a incarnare in ogni tempo e in ogni luogo: «Siamo chiamati ad essere i collaboratori di Dio in un’impresa così fondamentale e unica come quella di testimoniare con la nostra esistenza la forza della grazia che trasforma e la potenza dello Spirito che rinnova. Lasciamo che il Signore ci liberi da ogni tentazione che allontana dall’essenziale della nostra missione, e riscopriamo la bellezza di professare la fede nel Signore Gesù. La fedeltà al ministero bene si coniuga con la misericordia di cui vogliamo fare esperienza. Nella Sacra Scrittura, d’altronde, fedeltà e misericordia sono un binomio inseparabile. Dove c’è l’una, là si trova anche l’altra, e proprio nella loro reciprocità e complementarietà si può vedere la presenza stessa del Buon Pastore. La fedeltà che ci è richiesta è quella di agire secondo il cuore di Cristo» (Omelia per la celebrazione eucaristica, 22 febbraio 2016). Le parole con cui il santo Padre ha celebrato la festa della cattedra di Pietro ci ricordano cosa sia veramente «essenziale» da cogliere nella memoria liturgica odierna, senza scivolare nel fascino che la gestione di un «potere» è sempre in grado di suscitare:

«A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19).

Nel giorno in cui tutte le comunità cristiane sono invitate a saper riconoscere nella sede di Roma il punto di riferimento e di garanzia per la propria fede nel Vangelo, non va dimenticato che l’unico potere ricevuto dall’apostolo Pietro quando, mosso dallo Spirito, ha potuto riconoscere in Gesù di Nazaret «il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (16,16), non può mai tradursi in un’autorità tesa a disciplinare la libertà umana, ma in un servizio rivolto a custodire la libertà di Dio che, attraverso le «sofferenze di Cristo», desidera rendere tutta l’umanità «partecipe della gloria che deve manifestarsi» (1Pt 5,1). Non dovrebbe mai sfuggire dalla nostra memoria il fatto che quella «pietra» (Mt 16,18) solida e sicura su cui «Simone, figlio di Giona» (16,17) ha ricevuto la promessa delle «chiavi del regno dei cieli» (16,19) è un luogo dove «né carne né sangue» (16,17) conferiscono il diritto di essere e di poter rimanere. Pietro stesso dovrà compiere un doloroso cammino di purificazione davanti alla misericordia di Cristo, per poter diventare un autentico modello «del gregge» (1Pt 5,3) capace di «confermare i fratelli» (cf. Lc 22,32) nell’unica speranza del Vangelo e della vita nuova in Cristo.

I discepoli del Signore risorto sparsi per il mondo possono giustamente essere lieti di avere nel vescovo di Roma un visibile punto di riferimento per la propria fede e un segno di unità con ogni assemblea che confessa la fede nel Vangelo. Tuttavia non devono dimenticare che «non senza ragione è stato consegnato a uno solo ciò che doveva essere comunicato a tutti» (san Leone Magno), cioè che tale autorità non può mai identificarsi con la gestione di un privilegio, ma con la custodia della misericordia. Quella misericordia che Pietro, primo tra gli apostoli, ha avuto la grazia di sperimentare attraverso l’azione dello Spirito. Del resto, ciò che impedisce persino alle «potenze degli inferi» (Mt 16,18) di far vacillare la cattedra di Pietro è solo la fedeltà di Dio che promana dal mistero pasquale e abilita ogni cristiano a interpretare la propria esistenza come un generoso servizio da realizzare «non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio» (1Pt 5,2), e a porsi di fronte al mistero dell’altro – con la sua differenza e la sua unicità – «non come padroni» (5,3), ma come collaboratori di gioia (cf 2Cor 1,24).

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