Commento alla Liturgia

Sabato dopo le Ceneri

Prima lettura

Is 58,9b-14

9Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: "Eccomi!". Se toglierai di mezzo a te l'oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, 10se aprirai il tuo cuore all'affamato, se sazierai l'afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio. 11Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono. 12La tua gente riedificherà le rovine antiche, ricostruirai le fondamenta di trascorse generazioni. Ti chiameranno riparatore di brecce, e restauratore di strade perché siano popolate. 13Se tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai il sabato delizia e venerabile il giorno sacro al Signore, se lo onorerai evitando di metterti in cammino, di sbrigare affari e di contrattare, 14allora troverai la delizia nel Signore. Io ti farò montare sulle alture della terra, ti farò gustare l'eredità di Giacobbe, tuo padre, perché la bocca del Signore ha parlato.

Vangelo

Lc 5,27-32

27Dopo questo egli uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: "Seguimi!". 28Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. 29Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C'era una folla numerosa di pubblicani e di altra gente, che erano con loro a tavola. 30I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: "Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?". 31Gesù rispose loro: "Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; 32io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano".

Commento alla Liturgia

Delizia

Roberto Pasolini

In questo primo sabato di quaresima, la lettura del profeta Isaia ci pone a confronto con il perenne valore del precetto dello shabbat (riposo) ebraico, stabilito dalla Legge di Mosè e osservato – ancora oggi – in Israele come momento fondamentale per esprimere una vita in serena alleanza con Dio:

«Se tratterrai il piede dal violare il sabato, dallo sbrigare affari nel giorno a me sacro, se chiamerai il sabato delizia e venerabile il giorno sacro al Signore, se lo onorerai evitando di metterti in cammino, di sbrigare affari e di contrattare, allora troverai la delizia nel Signore» (Is 58,13-14).

La prescrizione di astenersi da ogni lavoro servile – con cui si fa memoria che è il Signore, e non l’opera dell’uomo, la fonte della vita – viene indicata dalla parola profetica come una vera e propria «delizia», cioè qualcosa che non solo risulta gradevole, ma è addirittura desiderabile perché in grado di soddisfare un legittimo bisogno di piacere. Il profeta, però, stabilisce una rigorosa scansione di verbi, da osservare senza fretta e senza inutili furbizie. Il primo passo è chiamare «delizia» ciò che vuole mettere in pausa la nostra volontà di potenza, sempre pronta a muovere i nostri passi in terre di solitudine. Dopo aver riconosciuto la bontà e la necessità del «sabato» bisogna onorarlo, evitando quegli inutili attivismi in cui siamo soliti scivolare. Solo a queste condizioni è possibile giungere a trovare la vera delizia non più in quello che è uscito dalle nostre mani, ma nel Signore stesso in cui è ogni grazia e ogni bene.

Il pubblicano «Levi» sembra recepire molto bene questo auspicio del profeta, non appena si sente chiamare dal Signore Gesù che passa accanto alla sua vita:

«Seguimi» (Lc 5,27).

Non è il suo nome a essere pronunciato, ma la nascosta ricchezza della sua vita a essere intercettata da una voce capace di vedere ben al di là di quello che sta sulla superficie delle cose. Sentendosi delizioso e desiderabile agli occhi di un altro, Levi trova in sé la forza di iniziare finalmente a onorare l’alleanza con Dio scritta nella sua stessa carne, cessando di «sbrigare affari», per cercare – e finalmente trovare – una delizia che possa durare per sempre:

«Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì» (Lc 5,28).

Scoprirsi gradevoli e desiderabili agli occhi di un altro – mentre magari ai nostri occhi restiamo ancora tanto poveri e colpevoli – è un’esperienza di risurrezione tale che non bastano parole e immagini per poterla descrivere. Il profeta si esprime in questo modo per raffigurare il momento in cui il «bisogno del medico» (5,31) consente a Dio di compiere le sue opere nella nostra umanità ferita e peccatrice:

«allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio» (Is 58,10).

Quando la nostra realtà si incontra con lo sguardo e la voce di Dio, scopriamo di poter dichiarare ugualmente «nostra» sia la luce che ci abita e ci guida, sia la tenebra in cui ci capita di sprofondare. Non però come due «forze» avverse, tra le quali ci sembra di stare (sempre) in bilico, ma come un’unica realtà e il solo luogo della nostra conversione al Dio vivente:

«Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano» (Lc 5,31-32).

Facciamo vero ritorno a Dio ogni volta che permettiamo alla sua voce di ridefinire quello che siamo, al di là di quello che ci è capitato lungo gli anni e di come possiamo sentirci nel tempo presente. Alzandoci dal banco in cui ci siamo seduti in attesa di un cibo che non arriva mai, possiamo scoprire che, nei «terreni aridi» della nostra vita, siamo noi stessi a poter diventare «come un giardino irrigato e come una sorgente le cui acque non inaridiscono» (Is 58,11). Per questo, lasciare «tutto» (Lc 5,28) non è la condizione per ricevere la misericordia, ma il segno che attesta l’esperienza di aver scoperto quanto è delizioso il nostro volto agli occhi del Padre. Insieme a quello di tutti i fratelli:

«Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola» (Lc 5,29).

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