Commento alla Liturgia

Martedì della I settimana di Quaresima

Prima lettura

Is 55,10-11

10Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, 11così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata.

Vangelo

Mt 6,7-15

7Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. 8Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. 9Voi dunque pregate così: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, 10venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. 11Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 12e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori, 13e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. 14Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; 15ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe.

Commento alla Liturgia

Parole non sprecate

Roberto Pasolini

La purificazione a cui veniamo immediatamente consegnati dal vangelo di oggi riguarda lo strumento con cui, ogni giorno, ci mettiamo in relazione gli uni con gli altri: le parole. La raccomandazione di Gesù, prima di insegnare – e consegnare – ai discepoli la preghiera del Padre nostro, prescrive una severa cura alla cattiva abitudine di affastellare inutili parole, anzitutto nel rapporto con Dio:

«Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate» (Mt 6,7-8).

Spesso l’abitudine – cattiva – di moltiplicare le parole in un discorso nasce dal fatto di non esserci sufficientemente chiariti riguardo a quello che siamo capaci di riconoscere e, soprattutto, a quello che siamo disposti a dire, per consegnarci al rischio della relazione con l’altro. Ciascuno di noi può averne fatto esperienza in molti ambiti: da quello scolastico, quando la preparazione per un’interrogazione o un esame non era adeguata, a quello relazionale, quando abbiamo detto più di quanto potevamo dire, solo per paura di ferire il cuore dell’altro. Purificare il nostro modo di parlare dagli esuberi verbali è scuola di pazienza e di umiltà, soprattutto nel nostro rapporto con Dio. Proprio davanti al suo volto, infatti, dobbiamo imparare a credere che il segreto della preghiera non consista affatto nel segnalare alla sua misericordia situazioni o bisogni in cui ci troviamo, ma immergere il nostro cuore nello spazio silenzioso della sua volontà di bene per noi e per tutti:

«Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra» (Mt 6,9-10).

Rivolgerci al Padre con poche, asciutte parole non significa raffreddare il nostro rapporto filiale con la sua bontà paterna, ma semplicemente imparare a rimanere umilmente di fronte al mistero della sua volontà, nell’attesa che diventi presto anche la nostra. Significa dimorare nella fiducia che i nostri desideri saranno ascoltati non a forza di parole, ma con parole — e silenzi — forti di speranza. Naturalmente questa estrema fiducia esige anche l’impossibilità di richiedere tutto ciò che noi per primi non siamo disposti a offrire agli altri:

«Se voi infatti perdonerete agli altri le loro colpe, il Padre vostro che è nei cieli perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe» (Mt 6,14-15).

Incrociando le due letture che la liturgia odierna ci consegna come parola di Dio, possiamo forse affermare che il vero motivo per cui privilegiamo forme di preghiera fitte di parole deriva dall’abitudine a tollerare un ordinario scarto tra quello che diciamo e quello che facciamo. Il profeta Isaia dichiara, invece, che quando Dio parla non esiste alcuna frattura tra ciò che egli dice e ciò che egli è disposto a fare, perché la gioia del suo desiderio possa conoscere anche il gusto buono e bello della realizzazione:

«… così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 50,11).

Le parole che Dio rivolge a noi sono definite assolutamente efficaci, non perché dotate di una forza misteriosa a noi indisponibile, ma in quanto segni di una disponibilità a giocarsi solo dentro una relazione autentica: annunciano “fatti” che possono essere considerati realizzati in anticipo, dal momento che Dio si impegna a garantire con la sua stessa vita la possibilità del loro compimento:

«Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia» (Is 50,10).

Anche noi possiamo imparare a parlare e a pregare così. Sinceri, come la pioggia. Silenziosi, come la neve.

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