Commento alla Liturgia

Mercoledì della III settimana di Quaresima

Prima lettura

Dt 4,1.5-9

1Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. 5Vedete, io vi ho insegnato leggi e norme come il Signore, mio Dio, mi ha ordinato, perché le mettiate in pratica nella terra in cui state per entrare per prenderne possesso. 6Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: "Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente". 7Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? 8E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do? 9Ma bada a te e guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli.

Vangelo

Mt 5,17-19

17Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Commento alla Liturgia

Non sfuggire

Roberto Pasolini

La dichiarazione con cui il Signore Gesù introduce le cosiddette «antitesi» del Discorso della Montagna, dopo aver proclamato la nuova legge della Beatitudini, manifesta pienamente il suo peculiare modo di porsi nei confronti della Torah, la grande raccolta di norme e istruzioni donata da Dio a Israele attraverso Mosè:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

La parola «Legge» non ha solo una valenza legislativa, poiché deriva da una radice ebraica (yrh) il cui significato potrebbe essere tradotto con: «istruzione», «via», «sapienza». Anche l’espressione «dare (pieno) compimento» potrebbe essere diversamente tradotta come: «confermare, riportando le cose alla loro radice profonda». In parole più semplici, la grande chiave interpretativa che Gesù, come Maestro, vuole offrire ai suoi interlocutori è il richiamo alla perenne attualità dell’alleanza con Dio e a tutte le sue conseguenze nella vita quotidiana. Non diverso è il richiamo che già Mosè rivolgeva al popolo, precisando un certo legame tra l’osservanza dei comandamenti e il dono della terra:

«Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi» (Dt 4,1).

In questo tempo di Quaresima, che stiamo attraversando come occasione di recuperare il filo della nostra alleanza battesimale, anche noi siamo ricondotti al valore di tutti quei modi di declinare il dettato evangelico con cui siamo aiutati a tessere il filo prezioso della nostra umanità come discepoli di Cristo. La preghiera più assidua, l’esercizio della carità e il digiuno non sono altro che i gesti più semplici e concreti con cui proviamo a disporre il cuore a una speciale attenzione alla realtà, dove la legge della carità attende di essere riconosciuta come criterio ultimo e fondante i nostri rapporti fraterni.
Certo, una simile fedeltà non può ridursi all’abitudinaria ripetizione di gesti meccanici, con i quali rischiamo di coltivare sempre troppa attenzione a noi stessi. L’attenzione va posta, invece, sulle innumerevoli occasioni con cui siamo provocati a uscire dai nostri schemi per aderire al cuore di Dio attraverso l’incontro con l’altro. La verifica di un simile cammino di obbedienza alla realtà non è la realizzazione di grandi gesti, ma la cura silenziosa e amorosa con cui ci scopriamo capaci di rimanere fedeli a piccoli passi quotidiani:

«Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli» (Mt 5,19).

La parola di Dio, oggi, ci richiama alla bellezza di tutte quelle «leggi» – scritte nel nostro cuore e iscritte nella realtà – capaci di offrire una guida per orientare i nostri passi in direzione di una vita più grande e più inclusiva. Ascoltare, osservare, obbedire, mettere in pratica, fare anche quando il nostro sentire è contrario alla nostra volontà, non sono mortificazioni della nostra libertà. Sono piuttosto l’occasione di scoprirci e di rivelarci così liberi da poter essere liberi persino da noi stessi e dalla nostra sensibilità. Inoltre i comandamenti della Tradizione rappresentano la strada sicura per dare «compimento» alla nostra alleanza con Dio attraverso un’intelligenza di fede che non si ferma sulla superficie delle cose, ma si avventura in profondità e accetta la sfida di una fedeltà creativa alla parola di Dio. Solo un’attenzione fedele ai «minimi precetti» può introdurci nell’autentica sequela di Cristo dove, pian piano, non ci si lascia più sfuggire l’occasione di rimanere così uniti a lui da poter incarnare i gesti dell’amore più grande:

«Ma bada a te e guàrdati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno visto, non ti sfuggano dal cuore per tutto il tempo della tua vita: le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Dt 4,9).

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