Commento alla Liturgia

Sabato della II settimana di Pasqua

Prima lettura

At 6,1-7

1In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell'assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. 2Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: "Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. 3Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. 4Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola". 5Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. 6Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. 7E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.

Vangelo

Gv 6,16-21

16Venuta intanto la sera, i suoi discepoli scesero al mare, 17salirono in barca e si avviarono verso l'altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; 18il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. 19Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. 20Ma egli disse loro: "Sono io, non abbiate paura!". 21Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Commento alla Liturgia

Volere

Roberto Pasolini

Ascoltando il celebre passo degli Atti degli Apostoli in cui si ricorda l’istituzione dei primi sette diaconi della chiesa di Gerusalemme, verrebbe da chiedersi come sia stato possibile, per il gruppo dei Dodici, maturare un discernimento così chiaro e coeso appena dopo la Pentecoste:

«Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense» (At 6,2).

Attraverso quale itinerario gli apostoli sono giunti a nutrire una tale fiducia nella parola del Signore da ritenere il necessario servizio alle mense come un’attività concorrenziale alla responsabilità di coltivare la memoria e l’approfondimento della parola del Signore? Una prima risposta, offerta dal racconto stesso, è la descrizione di una situazione di difficoltà vissuta dalla comunità dei credenti, dove alcuni si sentivano messi da parte nei loro bisogni: «In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove» (6,1).
Spesso le situazioni in cui qualcuno soffre e segnala un disagio possono diventare occasione per un approfondimento e per un discernimento tra priorità e urgenze, con cui sempre occorre misurarsi. Anche sulla barca dove i discepoli, senza Gesù, sono diretti «verso l’altra riva del mare», si scatena nel cuore della notte un improvviso maremoto:

«Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento» (Gv 6,17-18).

La precisazione temporale con cui l’evangelista fa riferimento all’ora notturna è resa in alcuni manoscritti antichi con un’espressione ancora più incisiva: «E la tenebra li aveva afferrati» (6,17). Se pensiamo a quanto è appena accaduto sulle sponde del lago, con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’entusiasmo della folla e la fuga di Gesù sul monte quando si accorge che vogliono farlo re, appare comprensibile questa sottolineatura delle tenebre come un avvenimento non solo di ordine naturale, ma anche riconducibile al cuore dei discepoli. È dentro di loro che, dopo lo sconcertante finale del segno dei pani e dei pesci, si è fatta una certa tenebra nei confronti di Gesù, il cui comportamento deve essere parso a tutti certamente incomprensibile. Infatti, non appena Gesù si avvicina a loro camminando sul mare, essi «ebbero paura» (6,19), credendo di vedere un fantasma, come annotano i vangeli sinottici (cf. Mt 14,26; Mc 6,49; Lc 24,37).
Finché si ha paura è impossibile riconoscere nel Signore che ci viene incontro una possibilità per dilatare gli spazi della nostra umanità e della comunione con gli altri. Fino a quando è la paura a dominare nel cuore, non si riescono a trovare nuove soluzioni a inediti problemi, come invece riescono a fare gli apostoli riflettendo e pregando insieme:

«Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico» (At 6,3).

Non può che essere sempre un’apertura verso l’altro la strada attraverso cui superiamo le notti del timore e della solitudine, dopo che il Signore Gesù ha mostrato con la sua vita, morte e risurrezione che le tenebre non possono più afferrare il nostro cuore fino in fondo (cf. Gv 1,5). Il dettaglio curioso, ma assai significativo, del fatto che ai discepoli è sufficiente voler prendere Gesù sulla barca, per sperimentare un’improvvisa accelerazione del loro viaggio, è una preziosa indicazione per vivere il tempo pasquale: «e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti» (6,21). Dedicarsi con assiduità alla meditazione della parola del Signore è il grande desiderio da tenere acceso per poter diventare testimoni convincenti di quel mistero pasquale che molti fratelli e sorelle attendono di conoscere e sperimentare:

«E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede» (At 6,7).

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