Commento alla Liturgia

S. Caterina da Siena

Prima lettura

1Gv 1,5–2,2

5Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c'è tenebra alcuna. 6Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. 7Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. 8Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. 9Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. 10Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi. 1Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. 2È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo.

Vangelo

Mt 11,25-30

25In quel tempo Gesù disse: "Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. 28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero".

Commento alla Liturgia

Ardenti e uniti

Roberto Pasolini

La preghiera di colletta ci introduce bene la figura della donna che oggi ricordiamo come santa e patrona del nostro Paese. «Ardente» dell’amore di «Cristo crocifisso», Caterina da Siena ha saputo unire — senza inutili contrapposizioni — la «contemplazione» e il «servizio», diventando lei stessa esempio di quella profonda unità e di quell’incontenibile ardore così indispensabili perché la storia della Chiesa — con tutte le sue ombre — sia sacramento di luce per il mondo. Nel cuore della santa senese le parole dell’apostolo devono essere diventate un frutto di consapevolezza, maturato nella preghiera e, specialmente, nella contemplazione del prezioso sangue del Redentore, capace di estinguere ogni sete e vincere ogni paura:

«Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio è luce e in lui non c’è tenebra alcuna» (1Gv 1,5).

La fede nel Dio vivo e vero ha sempre bisogno di fondarsi sulla convinzione che le tenebre non siano un principio opposto e alternativo alla luce, ma solo il nome che noi riusciamo dare a tutto ciò che tenta di negare la realtà delle cose e della vita. Perché la fede in noi sia un principio di ardore e non di timidezza, bisogna essere profondamente persuasi che l’unico Dio esistente sia luce e nient’altro. Questa essenzialità di sguardo è necessaria per non restare affascinati da visioni dualistiche della realtà, dove si accetta la gretta semplificazione di due schieramenti opposti, con l’ansia di dover sempre meritare di appartenere a quello dei giusti.
La nostra compatibilità con il vangelo e con la croce di Cristo non prevede la necessità di dichiararsi totalmente esenti da ogni ambiguità, ben consapevoli che, anche dopo il battesimo, il cammino umano resta segnato dalla fragilità del peccato. La vita nuova dei redenti consiste «semplicemente» nella capacità di non dover guidare più a fari spenti nel viaggio della vita, ma di poter esporre ogni cosa a quella luce di misericordia che, ormai, risplende serena e può essere, per tutti, via di guarigione:

«Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato» (1Gv 1,6-7).

Non si tratta, dunque, di dover essere esatti e veri al di là delle nostre forze, ma almeno di non far passare per bugiardo quel Dio che con la sua passione redentrice ha rivelato se stesso e pure noi: «Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi» (1,10). Del resto, ingannati — e ingannevoli — lo siamo non certo quando siamo esenti dal peccato, ma solo nel momento in cui smettiamo di essere così piccoli — dentro — da non saper riconoscere e confessare i nostri veri limiti:

«Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità» (1Gv 1,8-9).

Santa Caterina ha vissuto pienamente questo mistero di piccolezza, maturando una conoscenza del mistero di Dio ben superiore a quella concessa «ai sapienti e ai dotti» del suo tempo. Questa donna illetterata, appartenente al gregge dei «piccoli» (Mt 11,25) a cui il Padre ama rivelare i suoi segreti, sembra aver imparato tutto ai piedi della croce del Signore Gesù. Soprattutto quell’arte così semplice — eppure mai scontata — di saper alleggerire il giogo della vita, anziché caricarlo di pesi non richiesti e non necessari:

«Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero» (Mt 11,29-30).

Dolcezza e leggerezza sono le imprescindibili condizioni esteriori che permettono ai discepoli di Cristo di essere, come Caterina, testimoni di quella verità in cui non c’è timore e di quella carità in cui non c’è esclusione. Luoghi di «ristoro» (11,28) per la Chiesa e per il mondo.

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Questo termine πραΰς (praùs) è proprio solo di Matteo in tutto il Nuovo Testamento, se si esclude una occorrenza in 1Pt 3,4. La mitezza è presentata come una beatitudine (Mt 5,5) e come una caratteristica peculiare di Gesù. Esplicito il richiamo alla descrizione del re messianico fatta dal profeta Zaccaria (21,5), che Matteo cita al momento dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme subito prima della Passione. Mitezza e umiltà erano infatti le prerogative del Messia atteso nella tradizione ebraica, che riferisce queste qualità anche a Mosè. L’immagine del ζυγός (zugòs), strumento ben noto alle antiche attività agricole, nella letteratura neotestamentaria assume essenzialmente un senso figurato, in riferimento al peso della schiavitù oppure, come in questo caso, interpretato come il peso dell’osservanza della Legge, che nella tradizione giudaica l’ebreo accettava di portare per servire Dio. Gesù può definirlo “dolce” e “leggero” perché lui stesso si offre di condividerlo.

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