Commento alla Liturgia

Martedì della VI settimana di Pasqua

Prima lettura

At 16,22-34

22La folla allora insorse contro di loro e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli 23e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. 24Egli, ricevuto quest'ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi. 25Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. 26D'improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti. 27Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. 28Ma Paolo gridò forte: "Non farti del male, siamo tutti qui". 29Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; 30poi li condusse fuori e disse: "Signori, che cosa devo fare per essere salvato?". 31Risposero: "Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia". 32E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. 33Egli li prese con sé, a quell'ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; 34poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

Vangelo

Gv 16,5-11

5Ora però vado da colui che mi ha mandato e nessuno di voi mi domanda: "Dove vai?". 6Anzi, perché vi ho detto questo, la tristezza ha riempito il vostro cuore. 7Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paràclito; se invece me ne vado, lo manderò a voi. 8E quando sarà venuto, dimostrerà la colpa del mondo riguardo al peccato, alla giustizia e al giudizio. 9Riguardo al peccato, perché non credono in me; 10riguardo alla giustizia, perché vado al Padre e non mi vedrete più; 11riguardo al giudizio, perché il principe di questo mondo è già condannato.

Commento alla Liturgia

Il tuo nome è Tavola, alleluia!

MichaelDavide Semeraro

Gli Atti degli Apostoli continuano a raccontare ciò che avviene agli inizi della vita della Chiesa e lo fanno attirando la nostra attenzione su tutta una serie di incontri e di incroci che permettono al Vangelo di penetrare i cuori e di cambiare così le situazioni fin dalle radici, fin dal profondo. L’immagine con cui si conclude la prima lettura di oggi è magnifica non solo per la sua commovente umanità, ma perché ci fa intuire di che cosa è capace il Vangelo di Cristo quando penetra, con la sua luce, la «notte» di ogni paura che mette in pericolo la vita:

«Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato con tutti i suoi, poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio» (At 16,33-34).

Il contrasto tra la prima scena di questo testo e l’ultima è stridente: «fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia» (16,22-23). Eppure, il modo con cui Paolo e Sila affrontano questa situazione, vivendola «in preghiera» mentre «cantavano inni a Dio» e «i prigionieri stavano ad ascoltarli» (16,25), è un vero e proprio «terremoto così forte» (16,26) da cambiare il modo di sentire e di vivere.
I due estremi emotivi, di cui ci testimonia il testo degli Atti, ci fanno intuire in cosa consista la novità del Vangelo e il motivo per cui molti ne temano il terremoto, che il mistero pasquale del Signore Gesù rappresenta per la storia a partire dalle relazioni tra persone. Una «tavola» imbandita in piena notte diventa il simbolo di ciò che il Vangelo porta come dono a tutti coloro che accettano di fare un passo verso la novità di vita. Il grido di Paolo squarcia ogni notte e illumina ogni prigione:

«Non farti del male, siamo tutti qui» (At 16,28).

In questa parola dell’apostolo è racchiuso un messaggio che ci riguarda personalmente e tocca la storia nel suo complesso: ogni volta che facciamo del male a qualcuno, in realtà facciamo sempre del male anche a noi stessi. Così pure tutte le volte che facciamo del bene a qualcuno regaliamo a noi stessi una possibilità in più di «gioia». Le parole del Signore Gesù ci portano ancora più lontano… ancora più nel profondo. Da una parte ci mettono in guardia da ogni forma di «tristezza» (Gv 16,6) e, dall’altra, ci fanno percepire la necessità di attraversare continuamente quelle pasque relazionali senza le quali ogni contatto di umanità rischia di appassire e di intristire in una stanca ripetizione:

«Ma io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Paraclito; se invece me ne vado lo manderò a voi» (Gv 16,7).

La prigione di Paolo e Sila assomiglia alle nostre vite imprigionate in situazioni e relazioni troppo difficili, tanto che la notte non sembra finire mai. Nondimeno, attraverso la preghiera, possiamo ospitare ogni relazione nelle nostre prigioni e nelle nostre notti, tanto da trasformarle in una «tavola» attorno alla quale ritrovare la gioia non solo di stare insieme, ma di sperare e gioire gli uni per gli altri.

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La definizione dello Spirito Santo come “Paràclito” viene dalla parola greca παράκλητος (paraklētos). Tradurlo in modo adeguato è molto difficile, in quasi tutte le lingue moderne. In italiano non esiste una parola capace di coprirne l'ampio spettro semantico. Alcuni traducono con “Consolatore”, oppure “Consigliere”, altri ancora “Avvocato”. Letteralmente, significa “Colui che è chiamato accanto”, per difendere, consigliare, confortare, sostenere, suggerire. Forse mantenere quest'ultima ipotesi interpretativa lascia aperte maggiori sfumature. 

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