Commento alla Liturgia

Mercoledì della X settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

2Cor 3,4-11

4Proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. 5Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, 6il quale anche ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita. 7Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d'Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, 8quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito? 9Se già il ministero che porta alla condanna fu glorioso, molto di più abbonda di gloria il ministero che porta alla giustizia. 10Anzi, ciò che fu glorioso sotto quell'aspetto, non lo è più, a causa di questa gloria incomparabile. 11Se dunque ciò che era effimero fu glorioso, molto più lo sarà ciò che è duraturo.

Vangelo

Mt 5,17-19

17Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. 18In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. 19Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Commento alla Liturgia

Senza abolire

Roberto Pasolini

Le parole con cui il Signore Gesù sviluppa la logica delle beatitudini, introducendo nel discorso della montagna le cosiddette «antitesi» del Regno dei cieli (cf. Mt 5,20-48), affermano che non c’è bisogno di immaginare o provocare alcuna rottura, quando si vuole dare compimento alla legge di Dio, in tutte le sue necessarie sfumature esistenziali:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento» (Mt 5,17).

La dichiarazione che non c’è alcun bisogno di togliere per esplicitare e vivere fino in fondo il rapporto con Dio potrebbe, tuttavia, correre il rischio di essere intesa come una radicalizzazione troppo esigente, tutta sbilanciata a nostro sfavore. Quasi una pretesa esagerata nei nostri confronti, da cui ci sentiamo togliere un po’ il fiato:

«In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto» (Mt 5,18).

In realtà, ciò che sta a cuore al Signore Gesù — e sembra cingere con forza i confini della nostra libertà — non è altro che l’urgenza di insegnarci ad affrontare la vita come un dono che merita sempre di essere portato a termine e mai abdicato. Se le beatitudini hanno il compito di stabilire una nuova opportunità di vita, tutta fondata sulla presenza di Dio dentro la storia umana, non deve certo preoccupare il conseguente invito a ricercare, in ogni tipo di rapporto, la misura migliore di vita per noi e per gli altri. Del resto, se il nostro peggior vizio – anche spirituale – è misurare le parole di Dio a partire dal nostro sguardo, lo Spirito del Risorto preferisce convincerci che la nostra vita – persino quando è povera, misera e rifiutata – può essere testimonianza credibile del mistero pasquale:

«Fratelli, proprio questa è la fiducia che abbiamo per mezzo di Cristo, davanti a Dio. Non che da noi stessi siamo capaci di pensare qualcosa come proveniente da noi, ma la nostra capacità viene da Dio, il quale ci ha resi capaci di essere ministri di una nuova alleanza, non della lettera, ma dello Spirito; perché la lettera uccide, lo Spirito invece dà vita» (2Cor 3,4-6).

La ragione per cui Gesù può chiederci di non chiedere mai – né a Dio né a noi stessi – l’autorizzazione a trascurare anche solo uno «iota» della realtà che siamo chiamati a servire, ma ci incoraggia a invocare la forza di poter accompagnare ogni cosa verso il suo compimento nell’amore, è proprio la forza dello Spirito Santo, il primo dono nella cui memoria devono imparare a rimanere i credenti di ogni tempo. La riflessione di san Paolo si spinge anche oltre, arrivando ad affermare che non solo siamo autorizzati a essere pieni di fiducia, perché rinnovati da un dono di misericordia, ma dobbiamo essere persino creativi mediante il tocco interiore dello Spirito, che ci fa diventare persone pienamente realizzate nell’attenzione alla realtà e nella comunione con gli altri.
Osservare, senza abolire, la Legge e i Profeti significa diventare appassionati ricettori di quella grazia che è con noi sempre, fino alla fine del mondo, ma che non può restare con noi se non siamo disposti a offrirla interamente e liberamente agli altri, in qualsiasi modo essi possano riceverla. Se Mosè ha ricevuto il singolare compito di consegnare le tavole della Legge a Israele, noi che ascoltiamo il discorso della montagna dobbiamo diventare consapevoli di un compito ancora più grande: mostrare che l’alleanza con Dio può essere portata a compimento nella nostra carne umana, senza dover eliminare niente e nessuno dal libro della vita, di cui ogni pagina è salva perché raggiunta dal sangue dell’Agnello:

«Se il ministero della morte, inciso in lettere su pietre, fu avvolto di gloria al punto che i figli d’Israele non potevano fissare il volto di Mosè a causa dello splendore effimero del suo volto, quanto più sarà glorioso il ministero dello Spirito?» (2Cor 3,7-8).

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