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Il verbo epistrephō (ἐπιστρέφω) ha come significato base “ritornare, volgersi”, ma nella Settanta l’espressione “ritornare al Signore” indica la conversione. In riferimento al testo di Esodo 34,34 notiamo che il termine kurios si riferisce a Dio e non a Cristo. Inoltre, letteralmente, qui si dice “quando si convertirà”, con un soggetto che rimane indefinito, alludendo a qualsiasi giudeo che ha il velo sul cuore.
Questa espressione è presente solo qui in tutte le lettere di Paolo. Tuttavia, nel NT è attestato sia in Luca 4,18 che in Atti 5,9 e 8,39. Deriva dalla Settanta, che a sua volta traduce così l’ebraico rûah yhwh, espressione della presenza e dell’azione di Dio nell’uomo e nella creazione.
Unica occorrenza del verbo katoptrizō (κατοπτρίζω) in tutta la Scrittura, il sostantivo eisoptron (specchio) è presente nella radice del verbo, che include a sua volta il verbo oraō (vedere). Per questo, declinato al participio presente medio, può significare “vedendo”, “contemplando”, “riflettendo”. Dato il contesto in cui si parla della gloria che risplende sul volto di Mosè, è preferibile la terza opzione.
Il verbo metamorphoō (μεταμορφόω) è utilizzato nel NT sempre al passivo dal valore teologico. Ricorre infatti nei racconti di trasfigurazione di Matteo e Marco, come anche nella lettera ai Romani 12,2 per indicare la trasformazione del modo di pensare dei credenti in Cristo, evocando quindi un cambiamento profondo e nello stesso tempo progressivo, fino alla definitiva somiglianza con l’immagine di Cristo.
Letteralmente, il verbo egkakeō (ἐγκακέω) potrebbe tradursi “non ci incattiviamo”, “non facciamo entrare il male”. In senso più ampio, raro nella grecità e assente nella Settanta, il verbo evoca stanchezza e scoraggiamento. Nel NT si presenta altre 4 volte, come in Luca 18,1: “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi (egkakeō) mai”. Questa è un’espressione unica nella Bibbia, non presente altrove. Il genitivo ha un valore oggettivo, nel senso del Dio che governa questo tempo. In base al richiamo all’espressione presente più volte nel Vangelo di Giovanni “il principe di questo mondo”, si deve pensare che ci si riferisca a Satana.
Il verbo augazō (αὐγάζω) ricorre solo qui in tutto il NT, ed è usato soltanto nel libro del Levitico, sempre in relazione a una macchia lucida della pelle che può anche riferirsi alla lebbra. Etimologicamente, ha a che fare con la brillantezza, la luminosità, per questo qui assume il significato di “vedere”. La metafora dello splendore come immagine (eikōn, εἰκών) di Dio esprime qui la comunione e l’identificazione di Cristo con Dio. Secondo gli esegeti, l’espressione può derivare o dalla riflessione giudaico-ellenistica sulla sapienza (cf. Sapienza 7,26) oppure dal racconto sulla creazione dell’uomo in Genesi 1,26-27. In entrambe le soluzioni, la formulazione complessiva del versetto esprime che il Vangelo predicato da Paolo è centrato su Gesù Cristo.
Il verbo akouō (ἀκούω) potrebbe alludere non solo all’atto di ascoltare ma anche a una formula rabbinica che indicava una tradizione non rivelata da Dio a Mosè sul Sinai e tuttavia ugualmente considerata normativa grazie attraverso la trasmissione orale. Gesù dunque potrebbe riferirsi non solo ai passi scritturistici (come altrove quando Matteo usa l’espressione “è scritto…”) ma al complesso dell’insegnamento dei farisei e dei rabbini. La particella dé (δέ) nel Vangelo di Matteo sembra indicare una discontinuità nella narrazione, non tanto avere una valenza avversativa. Avvisa il lettore che occorre cambiare prospettiva per accogliere quanto Gesù sta per dire. Per esprimerne il coordinamento con quanto la precede, in questo capitolo potrebbe essere tradotta quindi con “ebbene”, per sottolineare quanto Gesù aggiunge alla comprensione della Legge, senza volerla contestare.
Questa espressione è presente solo qui in tutte le lettere di Paolo. Tuttavia, nel NT è attestato sia in Luca 4,18 che in Atti 5,9 e 8,39. Deriva dalla Settanta, che a sua volta traduce così l’ebraico rûah yhwh, espressione della presenza e dell’azione di Dio nell’uomo e nella creazione.
Unica occorrenza del verbo katoptrizō (κατοπτρίζω) in tutta la Scrittura, il sostantivo eisoptron (specchio) è presente nella radice del verbo, che include a sua volta il verbo oraō (vedere). Per questo, declinato al participio presente medio, può significare “vedendo”, “contemplando”, “riflettendo”. Dato il contesto in cui si parla della gloria che risplende sul volto di Mosè, è preferibile la terza opzione.
Il verbo metamorphoō (μεταμορφόω) è utilizzato nel NT sempre al passivo dal valore teologico. Ricorre infatti nei racconti di trasfigurazione di Matteo e Marco, come anche nella lettera ai Romani 12,2 per indicare la trasformazione del modo di pensare dei credenti in Cristo, evocando quindi un cambiamento profondo e nello stesso tempo progressivo, fino alla definitiva somiglianza con l’immagine di Cristo.
Letteralmente, il verbo egkakeō (ἐγκακέω) potrebbe tradursi “non ci incattiviamo”, “non facciamo entrare il male”. In senso più ampio, raro nella grecità e assente nella Settanta, il verbo evoca stanchezza e scoraggiamento. Nel NT si presenta altre 4 volte, come in Luca 18,1: “Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi (egkakeō) mai”. Questa è un’espressione unica nella Bibbia, non presente altrove. Il genitivo ha un valore oggettivo, nel senso del Dio che governa questo tempo. In base al richiamo all’espressione presente più volte nel Vangelo di Giovanni “il principe di questo mondo”, si deve pensare che ci si riferisca a Satana.
Il verbo augazō (αὐγάζω) ricorre solo qui in tutto il NT, ed è usato soltanto nel libro del Levitico, sempre in relazione a una macchia lucida della pelle che può anche riferirsi alla lebbra. Etimologicamente, ha a che fare con la brillantezza, la luminosità, per questo qui assume il significato di “vedere”. La metafora dello splendore come immagine (eikōn, εἰκών) di Dio esprime qui la comunione e l’identificazione di Cristo con Dio. Secondo gli esegeti, l’espressione può derivare o dalla riflessione giudaico-ellenistica sulla sapienza (cf. Sapienza 7,26) oppure dal racconto sulla creazione dell’uomo in Genesi 1,26-27. In entrambe le soluzioni, la formulazione complessiva del versetto esprime che il Vangelo predicato da Paolo è centrato su Gesù Cristo.
Il verbo akouō (ἀκούω) potrebbe alludere non solo all’atto di ascoltare ma anche a una formula rabbinica che indicava una tradizione non rivelata da Dio a Mosè sul Sinai e tuttavia ugualmente considerata normativa grazie attraverso la trasmissione orale. Gesù dunque potrebbe riferirsi non solo ai passi scritturistici (come altrove quando Matteo usa l’espressione “è scritto…”) ma al complesso dell’insegnamento dei farisei e dei rabbini. La particella dé (δέ) nel Vangelo di Matteo sembra indicare una discontinuità nella narrazione, non tanto avere una valenza avversativa. Avvisa il lettore che occorre cambiare prospettiva per accogliere quanto Gesù sta per dire. Per esprimerne il coordinamento con quanto la precede, in questo capitolo potrebbe essere tradotta quindi con “ebbene”, per sottolineare quanto Gesù aggiunge alla comprensione della Legge, senza volerla contestare.
Commento alla Liturgia
Giovedì della X settimana di Tempo Ordinario
Prima lettura
2Cor 3,15–4,1.3-6
15Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo è steso sul loro cuore; 16ma quando vi sarà la conversione al Signore, il velo sarà tolto. 17Il Signore è lo Spirito e, dove c'è lo Spirito del Signore, c'è libertà. 18E noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l'azione dello Spirito del Signore. 1Perciò, avendo questo ministero, secondo la misericordia che ci è stata accordata, non ci perdiamo d'animo. 3E se il nostro Vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: 4in loro, increduli, il dio di questo mondo ha accecato la mente, perché non vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio. 5Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore: quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. 6E Dio, che disse: "Rifulga la luce dalle tenebre", rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 84(85)
R. Donaci occhi, Signore, per vedere la tua gloria.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annuncia la pace.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme,
perché la sua gloria abiti la nostra terra. R.
Amore e verità s’incontreranno,
giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra
e giustizia si affaccerà dal cielo. R.
Certo, il Signore donerà il suo bene
e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui:
i suoi passi tracceranno il cammino. R.
Vangelo
Mt 5,20-26
20Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. 21Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai ; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. 22Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: "Stupido", dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: "Pazzo", sarà destinato al fuoco della Geènna. 23Se dunque tu presenti la tua offerta all'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24lascia lì il tuo dono davanti all'altare, va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. 25Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. 26In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all'ultimo spicciolo!
Note
Approfondimenti
Il verbo lampō (λάμπω) ricorre in tutto 6 volte nel NT. Qui richiama il brano di Genesi 1,2-3 e lo aggancia al testo sulla liberazione dall’oppressione di Isaia 9,1 per affermare che il Dio creatore illumina i credenti con la conoscenza di Cristo Risorto.
Inoltre, il passaggio dalle tenebre alla luce come metafora della conversione è presente nel NT e può essere collegato anche con l’evento della conversione di Paolo, raccontato in Atti 26,13 con termini della stessa famiglia lessicale.
Il riferimento alla Scrittura permette di interpretare la sua conversione non solo come un’azione di liberazione dal male ma come un vero atto creativo di Dio, ponendo la prima creazione in continuità con la nuova creazione in Cristo.
Il verbo lampō (λάμπω) ricorre in tutto 6 volte nel NT. Qui richiama il brano di Genesi 1,2-3 e lo aggancia al testo sulla liberazione dall’oppressione di Isaia 9,1 per affermare che il Dio creatore illumina i credenti con la conoscenza di Cristo Risorto.
Inoltre, il passaggio dalle tenebre alla luce come metafora della conversione è presente nel NT e può essere collegato anche con l’evento della conversione di Paolo, raccontato in Atti 26,13 con termini della stessa famiglia lessicale.
Il riferimento alla Scrittura permette di interpretare la sua conversione non solo come un’azione di liberazione dal male ma come un vero atto creativo di Dio, ponendo la prima creazione in continuità con la nuova creazione in Cristo.
In uno specchio
La grande novità di cui i discepoli di Cristo dovrebbero sentirsi ed essere consapevoli — secondo l’autorevole pensiero dell’apostolo Paolo — non coincide soltanto con la capacità di agire nel nome del Signore, di proferire parole per suo conto e di compiere opere di giustizia, ma addirittura con la libertà di potersi presentare davanti a Dio senza alcun imbarazzo, ma solo con la dolce confidenza di essere suoi figli amati e, quindi, continuamente riconosciuti e accolti:
«Il Signore è lo Spirito e, dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17).
La libertà di presentarci al cospetto di Dio non segnati da alcun timore, ma «secondo la misericordia che ci è stata accordata» (4,1), determina non poche conseguenze sul nostro modo di percepire e orientare il compito della nostra esistenza. La rivelazione del volto paterno di Dio – manifesta per noi nella carne umana assunta dal suo Figlio unigenito – ha la pretesa di essere anche rivelazione di quello che la nostra umanità è chiamata a diventare, «secondo l’azione dello Spirito del Signore»: essere «trasformati in quella medesima immagine», che fin dal principio (cf. Gen 1,27) è il destino pronunciato su di noi, «riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore» (2Cor 3,18). La straordinaria novità inaugurata dalla pasqua di Cristo è che la nostra umanità, consegnata ormai al volto e all’abbraccio del Padre, è resa capace di riflettere tutto lo splendore dell’amore trinitario e di trasfigurarsi nella sua logica di inclusione e di affermazione dell’altro. Questo è ciò che può «risplendere» non solo «sul volto di Cristo» (4,6), ma pure sul nostro, ogni volta che sappiamo farci da parte e lasciamo emergere l’altro che è in noi:
«Noi infatti non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore» (2Cor 4,5).
Intensificando il livello di ascolto e di osservanza della legge di Mosè, il Signore Gesù annuncia nel discorso della montagna che non è sufficiente evitare l’esclusione del fratello, ma occorre scegliere di non considerarlo «stupido» o «pazzo» (Mt 5,22), nemmeno se ci fossero dei motivi per farlo. Anzi, sembra che il «fratello», soprattutto quello che «ha qualche cosa contro di te» (5,23), sia lo specchio in cui dobbiamo imparare a scrutare attentamente il divenire della nostra capacità di accedere allo spazio del Regno. Al punto che, se ci accorgiamo che stiamo camminando in solitudine verso Dio, conviene sempre e subito accogliere l’invito a non rimanere nell’ambiguità di un rapporto con Dio che assuma solo la verticalità come esigenza:
«Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono» (Mt 5,24).
È proprio il volto del fratello, l’orizzontalità del nostro essere uomini e donne, lo specchio da contemplare e a cui convertire lo sguardo del cuore. Il Signore ci incoraggia non solo a posare le armi nei confronti dell’altro — soprattutto quelle parole e quei silenzi capaci di uccidere senza far morire — ma soprattutto a rinunciare a credere che sia possibile un rapporto con Dio, senza prima aver fatto tutto il possibile per costruire il dono della fraternità. Soprattutto in quelle situazioni in cui la relazione fraterna è smentita, ignorata e, magari, nemmeno richiesta.
Il mistero della nostra vita si compie in uno specchio, dove il riconoscimento del nostro volto in quello di Cristo non può in alcun modo avvenire senza che ci sia anche l’accettazione del nostro volto davanti a quello del fratello. Finché siamo «in cammino», gli uni accanto agli altri, nessuno può essere o sentirsi «avversario» (5,25), ma tutti dobbiamo assumere il compito della nostra «conversione al Signore», fino ad arrivare solidali a quel giorno in cui «il velo sarà tolto» (2Cor 3,16) e la nostra «giustizia» (Mt 5,20), finalmente, potrà superare la misura dell’inutile ipocrisia. In quel giorno,
«amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 84,11).
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