Commento alla Liturgia

Lunedì della XI settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

2Cor 6,1-10

1Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. 2Egli dice infatti: Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! 3Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga criticato il nostro ministero; 4ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza: nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, 5nelle percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; 6con purezza, con sapienza, con magnanimità, con benevolenza, con spirito di santità, con amore sincero, 7con parola di verità, con potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; 8nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; come impostori, eppure siamo veritieri; 9come sconosciuti, eppure notissimi; come moribondi, e invece viviamo; come puniti, ma non uccisi; 10come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!

Vangelo

Mt 5,38-42

38Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. 39Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l'altra, 40e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. 41E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. 42Da' a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.

Commento alla Liturgia

Accogliere

MichaelDavide Semeraro

L’inizio della prima lettura può fungere da portale per comprendere appieno le gravi parole del Signore Gesù che, come sapiente pittore, continua a dare colori e profondità all’affresco delle beatitudini quale stile di vita che dona la vita:

«poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio» (2Cor 6,1).

Accogliere la grazia diventa, nell’insegnamento del Signore, accogliere fino all’estremo ogni nostro fratello, riconoscendo così di avere raggiunto la consapevolezza di avere continuamente bisogno, a nostra volta, di essere accolti. Il primo passo per esprimere e vivere l’accoglienza dell’altro, che è sempre un farsi accogliere dall’altro, è quello non solo di saper dare del tempo, ma di essere persino disposti a perdere tempo:

«E se uno ti costringe ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due» (Mt 5,41).

Riascoltando questo insegnamento, il cuore ricorda quasi automaticamente quel camminare del Risorto accanto ai due discepoli che fanno la strada da Gerusalemme a Emmaus, che dista dalla città santa ben «undici chilometri» (Lc 24). Quante cose si possono scoprire camminando insieme, quanti pregiudizi possono cadere e quali amicizie e umane complicità possono rafforzarsi con quell’andare dei piedi che distende la mente, scioglie la lingua e conforta il cuore.
Il Signore fa memoria di quanto si trova scritto nella Legge: «Occhio per occhio e dente per dente» (5,38) e, proprio mentre lo rammenta non senza devozione, ci aiuta ad andare oltre per non trasformare la vita in un grande cimitero, ma far sì che appaia sempre di più come un giardino in cui ci si scambia il dono di un’accoglienza reciproca vera e umile al contempo. Come ricorda Doroteo di Gaza: «intendo l'umiltà vera, non un abbassamento a parole e ad attitudini, bensì una disposizione veramente umile, nell'intimo del cuore e dello spirito. Per questo il Signore dice: “Sono mite e umile di cuore»”. Chi vuole trovare il vero riposo per la sua anima impari dunque l'umiltà» (DOROTEO DI GAZA, Istruzioni, 1, 8). Questo diventa assolutamente più facile se facciamo nostra l’attitudine dell’apostolo Paolo:

«come poveri, ma capaci di arricchire molti, come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!» (2Cor 6,10).

La legge del taglione, che facilmente ci viene di disprezzare come antiquata e per molti aspetti barbara, in realtà è già un balbettìo e un bisbiglio di vangelo con cui si cerca di arginare la cieca violenza che ci serra il cuore prima di farci stringere i pugni. La parola di Cristo, come pure l’esortazione dell’apostolo, non sono certo un lasciapassare per il male, né, tantomeno, un invito a incoraggiarlo e a farlo dilagare, ma ben più profondamente apre il nostro cuore ad accogliere uno spirito nuovo che ci permette di porre l’attenzione non sul torto che eventualmente ci viene fatto, ma sempre sul fratello che lo sta compiendo. Tenere fisso lo sguardo sulla persona, senza lasciarci distogliere dal male che compie, significa neutralizzare il male poiché oltre le sue maschere repellenti sappiamo cogliere il bisogno concreto del nostro simile, che attende se non di essere amato, almeno di essere rispettato come «malvagio» (Mt 5,39), e questo è il primo passo di un’accoglienza che può – forse deve – ancora crescere.

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