Commento alla Liturgia

S. Tommaso Ap.

Prima lettura

Ef 2,19-22

19Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d'angolo lo stesso Cristo Gesù. 21In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito.

Vangelo

Gv 20,24-29

24Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25Gli dicevano gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore!". Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo". 26Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: "Pace a voi!". 27Poi disse a Tommaso: "Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!". 28Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". 29Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!".

Commento alla Liturgia

Diventare dimora

Roberto Pasolini

Ci vuole una certa dose di coraggio per dire che non siamo più disposti a credere fino in fondo nel Dio che ci è stato annunciato e in cui abbiamo iniziato a riporre la nostra fiducia. Eppure fa parte della libertà battesimale entrare in una relazione con Dio non più segnata né dalla paura di sbagliare, né dalla preoccupazione di deludere. Talvolta invece, tutti presi dalla responsabilità e dal desiderio di vivere come credenti, decadiamo da questa dignità, dimenticando che il Signore non ci chiede mai di diventare così infedeli a noi stessi da dissimulare quei momenti in cui il nostro cuore non sembra più capace di camminare nella fede. La grandezza di Tommaso – e il suo valore per la nostra esperienza spirituale – può essere colta già in questa sua libertà di poter affermare ciò che tutti, almeno qualche volta nella vita, vorremmo o almeno dovremmo dire:

«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Gv 20,25).

Se l’incredulità non può certo essere valutata frettolosamente come una virtù, è altrettanto vero che può rivelarsi molto prezioso quel momento in cui la nostra fede si rivela debole e insufficiente. Il vangelo della festa odierna documenta proprio questo delicato passaggio, raccontando come per Tommaso è stato necessario mettersi un attimo da parte dopo il grande trauma della Pasqua di Cristo: «Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (20,24). Varcando le porte chiuse della comunione ferita dei suoi amici e seguaci, il Signore Gesù mostra come la sua risurrezione sia una gioia che può — ma soprattutto vuole — riscattarci da tutte quelle frantumazioni che stiamo consumando nel nostro cuore e stanno consumando il tessuto della nostra esistenza. Persino quella grave spaccatura che rischia di renderci estranei a noi stessi e all’interezza dei nostri desideri:

«Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!» (Gv 20,27).

Il Signore risorto non si lascia mai intimorire quando tentiamo di barricarci dietro i muri di protezione e di separazione che, con estrema facilità, sappiamo tutti innalzare quando vogliamo evitare di essere nuovamente feriti e smentiti dalla vita. Egli sa bene che ogni volta che fingiamo di accontentarci di quello che è stato, in realtà, stiamo solo ascoltando nuovamente l’antica paura di poter desiderare un di più e un oltre per la nostra vita. Tuttavia, quella profondità di cuore da cui riusciamo a estraniarci rimane il luogo dove non possiamo mai perdere del tutto la capacità di uscire da noi stessi per conoscere e lodare la fedeltà del Signore:

«Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”» (Gv 20,28).

«Beati» (20,29) noi, se oggi ricordiamo cosa significa essere veramente discepoli: rinunciare ad apparire come uomini e donne esenti dal dubbio, per mostrarci serenamente pronti a ricominciare la vita come chiaroscuro da abitare con la gioia della luce che, nelle tenebre, risplende e non può essere sopraffatta (cf. Gv 1,5). Il grande mistero della nostra fede è una vita talmente nuova da impedirci di essere «stranieri» o «ospiti» persino quando ci dovessimo sentire lontani dalla realtà in cui siamo immersi. Vivere già in questo mondo sapendo di essere «concittadini dei santi e familiari di Dio» significa accogliere continuamente — anche attraverso le crisi e i dubbi — la chiamata a diventare il luogo dove si può manifestare la gloria del Padre, l’immagine del Figlio e l’amore dello Spirito. Addirittura una casa stabile per quel Dio che non si stanca mai di sognare l’eternità non senza di noi:

«In (Cristo Gesù) tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito» (Ef 2,21).

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Il sostantivo rende un termine che in greco (οἰκεῖος) indica una relazione molto stretta, intima, come quella di chi possiede ormai le chiavi di casa di una persona con cui vive un rapporto di speciale appartenenza reciproca.

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