Commento alla Liturgia

Mercoledì della XVII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

Es 34,29-35

29Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. 30Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. 31Mosè allora li chiamò, e Aronne, con tutti i capi della comunità, tornò da lui. Mosè parlò a loro. 32Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai. 33Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. 34Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando non fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato. 35Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando non fosse di nuovo entrato a parlare con il Signore.

Vangelo

Mt 13,44-46

44Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. 45Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Commento alla Liturgia

Raggianti

Roberto Pasolini

Dopo essere rimasto «con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua» (Es 34,28), per partecipare alla stesura e alla scrittura della Legge sulle tavole dell’alleanza, Mosè non è del tutto consapevole del fatto che la rivelazione di Dio non è solo custodita «nelle mani» ma ha ormai lasciato una traccia indelebile nel suo stesso corpo. Infatti, commenta l’autore sacro, egli «non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con il Signore» (34,29). Di questa misteriosa trasfigurazione del volto, che ha saputo porsi in relazione e in ascolto della voce dell’Altissimo, se ne accorgono gli altri, «Aronne e tutti gli Israeliti», i quali, «vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui» (Es 34,30). Senza ricevere alcun suggerimento o indicazione da parte di Dio, Mosè intuisce che la grandezza dello splendore che illumina il suo volto non è qualcosa da potersi condividere facilmente con tutti, ma un mistero da alimentare e custodire con ogni prudenza:

«Quando Mosè ebbe finito di parlare a loro, si pose un velo sul viso. Quando entrava davanti al Signore per parlare con lui, Mosè si toglieva il velo, fin quando non fosse uscito. Una volta uscito, riferiva agli Israeliti ciò che gli era stato ordinato» (Es 34,34).

Svelare e velare il proprio volto diventa l’alternanza di azioni necessarie per rimanere nella condizione di mediatore tra il cielo e la terra, accogliendo il tesoro dell’alleanza e diventandone responsabile amministratore per i fratelli di Israele.
Come ricordano le due parabole evangeliche, entrare in relazione con la regalità di Dio non può che essere un evento talmente prezioso e improvviso da determinare una duplice reazione. Da una parte un’esplosione di felicità capace di suscitare un inarrestabile desiderio di «acquistare» il «tesoro nascosto» (Mt 13,44) e la «perla di grande valore» (13,46) lungamente cercati. Dall’altra parte la necessità di nascondere – per custodire – ciò che potrebbe essere oggetto di rapina o, più semplicemente, di fraintendimento, da parte di chi non ha ancora maturato uno sguardo sufficientemente maturo da saper scorgere nella realtà le avvisaglie e la presenza del «regno dei cieli» (13,44).
Quei cieli in cui si compie l’antica alleanza, sotto i quali è offerta all’uomo la possibilità di sperimentare la regalità di Dio, sono il tesoro per cui vale la pena scalare la montagna del nostro desiderio oppure scavare – con ostinata fedeltà – la terra della nostra esistenza. Accompagnati dalla grande speranza del salmista, che canta la fedeltà di Dio di fronte ai passi del nostro pellegrinaggio:

«Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti» (Sal 139,8).

Non sempre ci è dato sapere se la fatica del nostro cercare si è trasformata in una luce radiosa sul volto, di cui gli altri possono godere e da cui possono trarre speranza. Anzi, molte volte il frutto delle nostre fatiche, abbracciate nella libertà dell’amore, possono – e devono – gustarlo soltanto gli altri a cui il Signore ci invia, attraverso le circostanze della vita. A noi, però, è riservato, non continuamente ma (per) sempre, quel profondo sentimento di felicità di cui il cuore non può che essere «pieno» (Mt 13,44) ogni volta che scopriamo quanto vicino, accessibile e inclusivo sia il dono di alleanza che Dio offre a noi e a tutti.
Senza l’esperienza di una gioia poco frizzante, ma molto intensa e duratura, non potremo mai diventare, come Mosè, uomini e donne disposti ad assumere la vita come un servizio da restituire a Dio e a da offrire ai fratelli. Diventando simili a quell’uomo e a quel mercante di cui parla il Signore Gesù nelle parabole del Regno, in cui si compendia l’immagine dell’uomo nuovo, che accoglie la legge del vangelo non più scritta su tavole di pietra, ma sul cuore. Un uomo così felice di essere amato da non dover più possedere niente e nessuno; così libero che «…va, vende tutti i suoi averi e compra…» (13,44.46), compra il tesoro della vita eterna!

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