Commento alla Liturgia

S. Maria Maddalena

Prima lettura

Ct 3,1-4a

1Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amore dell'anima mia; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. 2Mi alzerò e farò il giro della città per le strade e per le piazze; voglio cercare l'amore dell'anima mia. L'ho cercato, ma non l'ho trovato. 3Mi hanno incontrata le guardie che fanno la ronda in città: "Avete visto l'amore dell'anima mia?". 4Da poco le avevo oltrepassate, quando trovai l'amore dell'anima mia. Lo strinsi forte e non lo lascerò, finché non l'abbia condotto nella casa di mia madre, nella stanza di colei che mi ha concepito.

oppure

2Cor 5,14-17

14L'amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. 15Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. 16Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. 17Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

Vangelo

Gv 20,1-2.11-18

1Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!". 11Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro 12e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte del capo e l'altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. 13Ed essi le dissero: "Donna, perché piangi?". Rispose loro: "Hanno portato via il mio Signore e non so dove l'hanno posto". 14Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. 15Le disse Gesù: "Donna, perché piangi? Chi cerchi?". Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo". 16Gesù le disse: "Maria!". Ella si voltò e gli disse in ebraico: "Rabbunì!" - che significa: "Maestro!". 17Gesù le disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va' dai miei fratelli e di' loro: "Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro"". 18Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: "Ho visto il Signore!" e ciò che le aveva detto.

Commento alla Liturgia

Cercare

MichaelDavide Semeraro

Le parole del Cantico dei Cantici ci introducono nella celebrazione di questa festa di Maria di Magdala. Nella sua vita possiamo contemplare il lungo cammino necessario per diventare discepoli:

«Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia» (Ct 3,1).

Per comprendere fino in fondo il testo del Vangelo della risurrezione secondo Giovanni, non possiamo dimenticare il fatto che, nella tradizione liturgica ebraica, il Cantico dei Cantici è uno dei “rotoli” consacrati a una festa. Il Cantico dei Cantici è il testo da leggere interamente nel giorno di Pasqua. Questo ci fa capire come nella memoria credente del discepolo amato questo testo, la cui stesura è attribuita a Salomone, abbia offerto le parole e le immagini per raccontare l’inenarrabile esperienza della risurrezione. Il Vangelo comincia proprio con l’immagine di un cercare appassionato di Maria per onorare il corpo dell’amato Signore:

«Il primo giorno della settimana, si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro» (Gv 20,1).

Maria di Magdala, riconosciuta come «apostola degli apostoli» e «prima annunciatrice della risurrezione», diventa per ogni credente la memoria dell’essenza stessa della discepolanza: cercare sempre senza mai presumere di avere trovato una volta per sempre. Di fatto, sulla porta del sepolcro ormai spalancato dalla vita l’invito del Risorto è perentorio:

«Non mi trattenere… ma va’…» (Gv 20,17).

Potremmo rileggere le parole del Risorto anche in modo ancora più esigente: «Non ti trattenere…». Il mistero e la forza della risurrezione riportano la nostra umanità alla sua originale condizione di nomadi. Come dimenticare il dispiacere provato dall’Altissimo quando gli uomini si misero a costruire la famosa e inquietante «torre di Babele» (Gen 11). La tendenza a sedentarizzarsi conserva una nota di tentazione a sottrarsi alla fatica quotidiana di cercare, di lasciarsi destabilizzare, di farsi portare dal vento come i semi e come i profumi. Nel giardino della risurrezione il grande segno non è semplicemente la tomba vuota di morte, ma il fatto che la pietra ribaltata riempie di nuovo le strade, facendo correre una notizia che spalanca i cuori liberandoli dalla paura di incontrare e di annunciare:

«Ho visto il Signore!» (Gv 20,18).

Al mattino di Pasqua siamo invitati dal Risorto a prendere una decisione: «Voglio cercare l’amore…» (Ct 3,2). Se prendiamo questa decisione, allora si realizzerà per noi l’augurio dell’apostolo:

«Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana» (2Cor 5,16).

Questo perché, invece di seppellirci nella morte della speranza, avremo una voglia matta di «cose nuove» (5,17).

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Il verbo blepō (βλέπω) del v. 1, che significa “guardare”, introduce una serie di verbi di visione che esprimono il graduale approfondirsi della fede. Al v. 6 troviamo thēorēō (θεωρέω), contemplare, nel senso di cogliere qualcosa che si manifesta ai propri sensi. Al v. 8 il discepolo amato riesce a “vedere” (horaō, ὁράω): è il vedere della fede, a cui Pietro ancora non ha accesso. In ogni caso, nel racconto di Giovanni, è il vedere dentro ciò che non si vede a generare il credere, la fede pasquale. Mnēmèion (μνημεῖον) è il sostantivo di mimnēskomai (μιμνῄσκομαι), ricordare. Dunque, qui il sepolcro ha un carattere di “memoriale”, tanto più se si considera che il termine abituale in greco per indicare una tomba è tàphos (da taptō, scavare, seppellire). La visita a un sepolcro implica quindi un ricordo e quasi chiama in causa la persona scomparsa. La lettera del testo suona “giorno uno”, utilizzando lo stesso termine – heis-mia (εἷς – μία) – con cui il greco della Bibbia ebraica dei Settanta traduce in Gen 1,5 il “giorno uno” della creazione, che dunque non è definito “primo” (prôtos). È il giorno della separazione della luce dalle tenebre, asse su cui si sviluppa il Vangelo di Giovanni, ripreso anche qui con il riferimento al buio del mattino presto. Con questo preciso richiamo della Genesi, la risurrezione si colloca sotto il segno della creazione: creando, Dio vedeva già la Risurrezione del suo Figlio. E la Risurrezione di Cristo porta a compimento la creazione come salvezza, come alleanza. La visione degli angeli, al singolare ànghelos (ἄγγελος), evoca chiaramente per ogni israelita la descrizione dell’arca dell’alleanza in Es 25,17-22: sul coperchio erano collocati due cherubini e, nello spazio tra essi, il Signore Dio manifestava la sua presenza, incontrando e parlando al suo popolo tramite Mosè. Gli angeli sono dunque una mediazione tra Dio e l’uomo, una mediazione sensibile perché sperimentabile solo in questa relazione. Ora la presenza di Dio sta nella sua assenza dal luogo della morte, cioè nella Risurrezione. Questa espressione è stata tradotta in molti modi: “non mi afferrare”, “non impossessarti di me”, “smetti di toccarmi”. Il tatto è certamente presente nel significato del verbo àptō (ἅπτω), ma la forma media di questa occorrenza si potrebbe rendere con “non affliggerti, non colpirti per me”. Almeno “non ancora”, dice Gesù: non prima che per Maria diventi chiaro l’annuncio di pienezza della comunione con il suo Maestro. Questa avverrà con una presa di distanza definitiva, grazie a cui il Figlio rende partecipi i suoi fratelli (e sorelle) della propria relazione con Dio. Con questa sapienza d’amore, Maria può vivere la sua alleanza.

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