Commento alla Liturgia

S. Brigida

Prima lettura

Gal 2,19-20

19In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo, 20e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.

Vangelo

Gv 15,1-8

1"Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Commento alla Liturgia

Appartenenza

Luigi Maria Epicoco

L’immagine suggestiva che il Vangelo usa per parlarci dell’impatto traumatico con cui a volte la vita ci segna è particolarmente illuminate.

“Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”.

Molte volte la vita ci mette nella condizione di essere tagliati, privati, e in alcuni casi anche spezzati dalle circostanze. Il destino di certe cose però lo decide non la sofferenza che proviamo, ma la nostra appartenenza. Essere di Cristo significa essere nella condizione di poter trasformare una perdita in un’occasione per portare frutto. Questo ci fa dire che invece di passare l’esistenza cercando solo di difenderci dalle cose negative che possono accaderci, dovremmo investire molte energie a rimanere aggrappati realmente e concretamente a Cristo, come un tralcio è attaccato alla vite.

“Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.”

La grande menzogna di farci da soli, di salvarci da soli, e di rimanere in piedi da soli, ci mette nella condizione di essere gettati via, perché senza una relazione significativa ogni vita si secca:

“Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.

In fondo ognuno di noi può definirsi in base alle relazioni di cui è fatto. E anche se è proprio attraverso le relazioni che delle volte soffriamo di più, non dobbiamo dimenticare che la promessa che ci fa Cristo non è quella di metterci al sicuro dalla sofferenza o dalle prove della vita, ma di non sprecare nulla della sofferenza e della fatica della vita. E questo per un motivo molto semplice:

“Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”

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Con i termini “taglia”, “pota”, “puri”, assistiamo in greco a un gioco di parole, fatto di verbi composti e di assonanze: àirō (αἴρω), nel senso di “togliere via, eliminare”; kathàirō (καθαίρω), qui nel senso di “rimuovere il superfluo”, ma ha anche il significato di “pulire”; katharòs (καθαρός), che vuol dire genericamente “pulito” ma anche moralmente puro, cioè libero dal peccato. Sembra di poter essere puri per il solo ascolto di una Parola (lògon) e allo stesso tempo liberi di usare la parola, che così manifesta una sorprendente efficacia (cf. v. 7, hrēma). Con i termini “taglia”, “pota”, “puri”, assistiamo in greco a un gioco di parole, fatto di verbi composti e di assonanze: àirō (αἴρω), nel senso di “togliere via, eliminare”; kathàirō (καθαίρω), qui nel senso di “rimuovere il superfluo”, ma ha anche il significato di “pulire”; katharòs (καθαρός), che vuol dire genericamente “pulito” ma anche moralmente puro, cioè libero dal peccato. Sembra di poter essere puri per il solo ascolto di una Parola (lògon) e allo stesso tempo liberi di usare la parola, che così manifesta una sorprendente efficacia (cf. v. 7, hrēma). Con i termini “taglia”, “pota”, “puri”, assistiamo in greco a un gioco di parole, fatto di verbi composti e di assonanze: àirō (αἴρω), nel senso di “togliere via, eliminare”; kathàirō (καθαίρω), qui nel senso di “rimuovere il superfluo”, ma ha anche il significato di “pulire”; katharòs (καθαρός), che vuol dire genericamente “pulito” ma anche moralmente puro, cioè libero dal peccato. Sembra di poter essere puri per il solo ascolto di una Parola (lògon) e allo stesso tempo liberi di usare la parola, che così manifesta una sorprendente efficacia (cf. v. 7, hrēma).

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