Commento alla Liturgia

Martedì della XXII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

1Ts 5,1-6.9-11

1Riguardo poi ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; 2infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. 3E quando la gente dirà: "C'è pace e sicurezza!", allora d'improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. 4Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. 5Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. 6Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. 9Dio infatti non ci ha destinati alla sua ira, ma ad ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. 10Egli è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui. 11Perciò confortatevi a vicenda e siate di aiuto gli uni agli altri, come già fate.

Vangelo

Lc 4,31-37

31Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente. 32Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità. 33Nella sinagoga c'era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: 34"Basta! Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!". 35Gesù gli ordinò severamente: "Taci! Esci da lui!". E il demonio lo gettò a terra in mezzo alla gente e uscì da lui, senza fargli alcun male. 36Tutti furono presi da timore e si dicevano l'un l'altro: "Che parola è mai questa, che comanda con autorità e potenza agli spiriti impuri ed essi se ne vanno?". 37E la sua fama si diffondeva in ogni luogo della regione circostante.

Commento alla Liturgia

Incinti

MichaelDavide Semeraro

E «Gesù scese a Cafarnao» (Lc 4,31) lasciandosi dietro le spalle la sua città natale posta «sul ciglio del monte» (Lc 4,29), per portarsi verso la riva del mare di Galilea. A Cafarnao il Signore Gesù può finalmente mettere in opera ciò che si è rivelato impossibile a Nazaret perché ritenuto impensabile e vissuto come un problema dai suoi vicini di casa e, almeno in parte, legati a lui da antico affetto. Ancora una volta, il Signore «scese», rivelandoci la preziosità di questo verbo pasquale per eccellenza: scendere! Il Signore Gesù si mette al centro delle nostre fatiche, tanto da trovarsi immediatamente nell’arena del più duro combattimento:

«c’era un uomo che era posseduto da un demonio impuro; cominciò a gridare forte: “Basta! …Sei venuto a rovinarci?”» (Lc 4,34).

La discesa del Verbo nella nostra carne e il suo farsi fratello della nostra umanità mettono in subbuglio le forze maligne. Esse continuamente cercano di convincerci che salire sia la cosa più importante e non certo scendere. Davanti al modo con cui il Signore Gesù si presenta come garante della libertà di ogni persona, senza rassegnarsi alla diminuzione di dignità di nessuno, la folla riconosce “a naso” e  “a pelle” la sua «autorità» (Lc 4,32).
Su cosa si fonda l’autorevolezza del Signore Gesù se non sul fatto che non accetta di discutere nemmeno con il diavolo, ma esigendo la libertà per tutti? La semplice presenza di Gesù attua ciò di cui parla l’apostolo Paolo:

«E quando la gente dirà: “C’è pace e sicurezza!”. Allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire» (1Ts 5,3).

Siamo tutti incinti, siamo tutti in attesa di qualcosa che restituisca alla nostra vita la sua pienezza originale. La sola presenza del Signore Gesù sembra riattivare la speranza e, di contro, evidenzia la disperazione del diavolo, fautore di disperazione e di morte. Il Signore Gesù, scendendo verso la Galilea più prossima al mare con le sue vie di comunicazione, non può che generare uno scontro frontale con il Maligno. Gesù si presenta proprio «come un ladro di notte» (5,2) e invece di allungare il sonno degli animi e addormentare le coscienze, «d’improvviso» (5,3) ci mette di fronte a un mondo nuovo da generare. In un modo totalmente nuovo, siamo messi di fronte all’urgenza della scelta della vita e del vivere. Se non acconsentiamo a partorire, accettando il dolore che ogni parto comporta in termini di fatica e soprattutto di separazione per crescere in relazione, ci illudiamo di poter rimanere incinti per sempre e così condanniamo alla morte noi stessi e il dono che ci è stato chiesto di far crescere in noi per donarlo a tutti.
Laddove il “demonio” cerca di recuperare sul terreno “dogmatico”: «So bene chi sei: il Santo di Dio» (Lc 4,34), il Signore Gesù non ha che una risposta

«Taci! Esci!» (Lc 4,35).

E questo non perché l’Avversario menta, ma perché dice la Verità facendo di essa una prigione dorata, che non permette di essere liberati dalla e nella verità (Gv 8,32.36). La sfida non è poter dire al Signore Gesù «So bene chi tu sei» (Lc 4,34), ma sperimentare profondamente nella nostra vita che

«Dio non ci ha destinati alla sua collera ma all’acquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale è morto per noi» (1Ts 5,9-10).

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