Commento alla Liturgia

Sabato della XXIII settimana di Tempo Ordinario

Prima lettura

1Tm 1,15-17

15Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. 16Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. 17Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Vangelo

Lc 6,43-49

43Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. 44Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. 45L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. 46Perché mi invocate: "Signore, Signore!" e non fate quello che dico? 47Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: 48è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. 49Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande".

Commento alla Liturgia

Scavare

Roberto Pasolini

Il tono piuttosto personale a cui Paolo ricorre per scrivere all’apostolo Timòteo potrebbe far apparire la prima lettura della liturgia odierna come un testo squisitamente autobiografico, quasi intimista, all’interno del suo ricco e variegato epistolario:

«Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io» (1Tm 1,15).

In realtà, l’apostolo non sta attirando su di sé l’attenzione allo scopo di rendere pubblica la sua personale esperienza di fede. È sufficiente proseguire nella lettura del testo per intuire quale sia l’intenzione comunicativa di Paolo:

«Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna» (1Tm 1,16).

Se esiste sempre la possibilità di vivere in modo narcisistico i passaggi di Dio dentro la nostra vita, è altrettanto vero che non si può dire di aver colto il senso del proprio battesimo in Cristo fino a quando non si è in grado di comprendere come la salvezza ricevuta possa diventare occasione perché altri abbiano accesso alla vita eterna.
Per maturare questa consapevolezza e, soprattutto, per arrivare a essere sufficientemente liberi – da se stessi – da potersi offrire agli altri come «esempio», bisogna essere disposti a guardarsi dentro, fino ad approfondire e purificare le motivazioni con cui ci siamo messi in gioco con Dio. Come afferma lo stesso Gesù nel vangelo, l’uomo «buono», cioè colui che ha imparato a edificare la vita sulla bontà di Dio,

«è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia» (Lc 6,48).

Si tratta di edificare il cammino della fede non tanto sulla passione o sullo slancio con cui, in alcuni momenti della vita, siamo capaci di fare le cose e di stare dentro le situazioni, ma sulla granitica fedeltà con cui Dio si è mostrato capace di restare in relazione con noi fino a donarci l’amore più grande.
Coltivare questo atteggiamento interiore, in cui al centro rimane sempre di più l’Altro, capace di dare consistenza alla nostra fragile volontà, significa accettare di morire a noi stessi molte volte e mai una volta per tutte. Non solo, significa anche fare esperienza di come, pur dentro situazioni che mai ci saremmo scelti o immaginati di poter vivere, sia possibile rimanere saldi e integri nell’adesione al nostro desiderio profondo:

«Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene» (Lc 6,48).

Questa parola del vangelo – così come quella scritta da Paolo — non può identificarsi con un destino assicurato a chiunque invoca «Signore, Signore» (6,46), tuttavia è una parola ugualmente «degna di fede e di essere accolta da tutti» (1Tm 1,15). Mentre noi pensiamo che per scavare a fondo le radici e le motivazioni del nostro essere discepoli di Cristo, rimanendo fedeli agli impegni battesimali, sia indispensabile fare e compiere molte cose, la provocazione dell’apostolo Paolo ci spinge a credere che le cose possano essere viste anche da un altro punto di vista.
Se è vero, come dice il Signore Gesù, che «ogni albero si riconosce dal suo frutto» (Lc 6,44) è altrettanto vero che nessun albero – almeno in natura – si deve preoccupare di maturare quel frutto che arriva sempre con tanta puntualità e naturalezza al tempo opportuno. In armonia con questa metafora biologica, ciascuno di noi è chiamato non tanto a preoccuparsi di dover scavare a fondo, attraverso gesti con cui si può sempre cadere nell’insidia di coltivare l’amore per se stessi, quanto di consentire alla parola di Dio di scavare continuamente nelle profondità del nostro cuore percorsi di fede e pozzi di speranza. Solo dal cuore, in questo luogo così intimo eppure così aperto ai movimenti della grazia, possiamo diventare quell’uomo buono che «dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene» (6,45) e, così, benedice il nome del Signore. A lui,

«incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen» (1Tm 1,17).

Cerca nei commenti

Resta sempre aggiornato!

Iscriviti alla nostra mailing list, riceverai gli ultimi commenti dei nostri autori direttamente nella tua casella di posta elettronica!

Iscriviti

Verifica

Verifica di aver digitato correttamente il tuo indirizzo email, leggi e accetta la privacy policy, e premi sul pulsante "Invia" per completare l'iscrizione.

Invia

Annulla

Grazie!

La tua iscrizione è stata registrata correttamente.